Quando il cinema è Donna

I film in cui la figura femminile viene esaltata sono innumerevoli, i ruoli che consacrano attrici sono in continua crescita. Per questo motivo è assolutamente impossibile ricordare tutti i più grandi personaggi, le più famose attrici e le numerose donne che lavorano quotidianamente dietro la macchina cinematografica.

Donna è mamma, è figlia, è amica e compagna, è indipendente, è forte, è femme fatale, è fragile e vulnerabile. Essere donna significa essere tutte queste cose e molto di più, essere donna all’interno dell’industria cinematografica significa rappresentare tutte queste sfaccettature. Donna è anche e soprattutto evoluzione, cambiamento e maturazione. Spesso all’interno della cinematografia si assiste a un cambiamento della figura femminile, che cresce e prende consapevolezza di sé e attraverso la sua metamorfosi accompagna lo spettatore all’interno della storia. Lo spettatore cresce con lei e attraverso di lei partecipa all’evoluzione della narrazione. Questa doppia maturazione, che tocca tanto la protagonista quanto il pubblico, avviene all’interno del film Fried Green Tomatoes, del 1991, nel quale si assiste non solo al cambiamento ma anche alla forza che può scaturire quando due donne, due generazioni, vengono messe a confronto e si aiutano l’un l’altra. In questa pellicola viene esaltata l’amicizia e viene mostrato come la forza del singolo personaggio nasca dall’unione delle donne. Il perfetto cast di questo film dona risalto a ogni figura femminile, ne esalta le fragilità, le incertezze e le paure. Quelli che inizialmente possono essere visti come difetti, attraverso la narrazione della storia diventano punti di forza, le qualità di ogni singolo personaggio vengono portate alla luce dal magistrale lavoro del cast femminile e dalla storia, tratta dal romanzo del 1987, Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe.

Donna è forza e unione. Questo legame che può nascere tra due personaggi femminili può avvenire nei luoghi più improbabili e impensabili. È il caso del film Girl, Interrupted, in cui le protagoniste si incontrano e scontrano all’interno di una clinica psichiatrica. In questo film del 1999, diretto da James Mangold, il cast femminile mette in scena delle nuove fragilità e mostra le incertezze di una generazione e del un decennio del quale fanno parte (la pellicola è ambientata negli anni Sessanta). Anche in questo caso la narrazione viene supportata dalla scelta del cast, da ricordare che l’interpretazione di Angelina Jolie del personaggio di Lisa, le è valso numerose candidature tra le quali il premio Oscar come miglior attrice non protagonista, che ha poi vinto. Il legame che lega queste ragazze è profondo, ogni personaggio incarna un diverso malessere, ogni giovane donna rappresenta una fragilità e un problema differente. La forza del film è data dalla moltitudine di sfaccettature dell’anima umana che vengono mostrate e dal rapporto tra le protagoniste, che è tanto fragile quanto intenso e profondo.

Donna è anche mamma. La sua forza può nascere e crescere da sé stessa e dal legame che instaura con suo figlio. Una donna in pericolo può tirare fuori una forza di volontà e una determinazione unica. È il caso mostrato nel film Room, del 2015, tratto dall’omonimo romanzo, ispirato a sua volta da un fatto di cronaca. In questo lungometraggio la protagonista, interpretata da Brie Larson, la quale per questo ruolo si è aggiudicata il premio Oscar come miglior attrice protagonista, interpreta una ragazza madre costretta a vivere all’interno di una stanza senza finestre. La giovane donna è stata rapita sette anni prima e nel corso della sua prigionia ha dato alla luce un bambino. Il legame che madre e figlio hanno è indissolubile, la disperazione che accompagna Joy (questo è il nome della protagonista) è affiancata dalla voglia di evadere e di vivere per il suo bambino. La storia struggente e toccante non è per nulla banale e affronta il tema della prigionia attraverso momenti delicati, la condizione di prigioniera viene scalzata dalla forza di Joy in quanto donna e soprattutto mamma.

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Fig. 1

Donna è sorella (fig.1). Tra le numerose pellicole, che si possono prendere ad esempio, in cui si esalta la figura femminile attraverso un legame vero e sincero tra due sorelle, un titolo su tutti spicca sugli altri: The Color Purple. In questo capolavoro di Steven Spielberg, del 1985, la donna esce vincitrice nonostante tutti i soprusi, le cattiverie e i maltrattamenti che è costretta a subire. Per la protagonista Whoopi Goldberg, che interpreta Celie Harris da adulta, essere donna significa soprattutto essere sorella. Durante il corso del film si vede che essere una giovane ragazza di colore, che vive nel sud degli Stati Uniti d’America, nei primi decenni del Novecento, significa essere forte nonostante tutto e tutti. Questo film tratta temi importanti quali la violenza domestica e il razzismo, ma soprattutto parla di donne, donne maltrattate, donne abusate, donne che trovano la loro forza grazie ad altre donne. La forza può arrivare da una sorella, da un’amica o dal proprio orgoglio e la propria determinazione, come nel caso di Sofia, interpretata dalla bravissima Oprah Winfrey.

Donna al cinema non è solo attrice, è anche regista. Kathryn Ann Bigelow è stata la prima donna a vincere il premio Oscar per la miglior regia. Si è portata a casa l’ambita statuetta nel 2010, per il coraggioso e intenso film The Hurt Locker. Questa pellicola racconta le vicende di una squadra di artificieri, appartenenti all’esercito degli Stati Uniti, in missione in Iraq. Guerra, militari, adrenalina, e un pizzico di follia, sono i temi trattati dalla regista americana in maniera perfetta. Questo è uno di quei film che meritano essere visti per la bellezza visiva con cui è trattato il tema. Film crudo e coraggioso, con un ottimo cast – tra tutti spicca l’interpretazione di Jeremy Renner (candidato anche lui all’Oscar), ma soprattutto film diretto da una mano femminile, che non lascia niente di non detto e che mostra il mondo così com’è.

Donna al cinema è attrice, regista, dolce, fragile, mamma, forte, sorella, figlia e ancora tante e tante altre cose.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The Color Purple, Steven Spielberg, 1985
  • Fried Green Tomatoes, Jon Avnet, 1991
  • Girl, Interrupted, James Mangold, 1999
  • The Hurt Locker, Kathryn Bigelow, 2008
  • Room, Lenny Abrahamson, 2015

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

Room                          The Color Purple

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Vampiri: la memoria del tempo

Vampiri: esseri mitologici che in questi ultimi anni stanno riscontrando un nuovo rinnovato successo. Quando si fa riferimento a questa creatura, appartenente alla cultura popolare, vengono in mente molte cose ma un concetto sovrasta tutti gli altri, che è sinonimo stesso di vampiro: il tempo. In quanto creatura immortale il vampiro è esso stesso tempo e memoria, egli è portatore di immortalità e di ricordi di un lontano passato. Sebbene grazie alle pellicole degli ultimi anni la figura del vampiro si sia distaccata dall’originale spettrale creatura gotica, che era stata portata in auge da Bram Stoker, nel 1897, con la sua opera letteraria Dracula, bisogna ricordarsi che questa creatura folcloristica è sempre stata presente nella storia del cinema, fin dai suoi esordi. Le pellicole sui vampiri sono innumerevoli ed è impossibile menzionarle tutte.

Vampiro, essere che appartiene principalmente al genere horror, si nutre di sangue, esce allo scoperto solo durante le ore notturne, privo di riflesso, sottilmente erotico e spietato ma soprattutto immortale. È proprio questo suo essere eterno e legato alla memoria del tempo che crea un forte legame con la settima arte. Francis Ford Coppola nel suo film Bram Stoker’s Dracula, del 1992, coglie appieno questo nesso. Il cinema stesso è memoria del tempo, è un mezzo di comunicazione che permette ai posteri di confrontarsi con il passato in maniera chiara e diretta, attraverso la visione di un film una persona può osservare come si sono evoluti nel tempo i costumi, le usanze, il modo di esprimersi e tanto altro ancora. Non è quindi forse un caso che nel film di Coppola, il regista decida di far incontrare il conte, interpretato da un bravissimo Gary Oldman, con la sua amata Mina (Winona Ryder) al cinematografo (fig.1). Tutto il film è giocato sulla memoria del tempo (vampiro) e sulla memoria del cinema, quest’ultima avviene attraverso i numerosi giochi di luci e ombre – l’ombra del vampiro vive una vita propria e in certi momenti si muove e sembra una delle proiezioni dell’antico gioco delle lanterne cinesi, lontani antenati dell’arte del cinema.

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Fig. 1

Coppola non è l’unico regista ad affiancare la figura mitica del vampiro al cinema, anche nel film Interview with the Vampire, di Neil Jordan, tratto dall’omonimo romanzo di Anne Rice, un essere immortale si avvicina alla settima arte. In questo caso il soggetto protagonista ne rimane letteralmente incantato (fig. 2). L’immortale Louis, interpretato da Brad Pitt, è stato trasformato contro la sua volontà, egli soffre la sua condizione e sente la mancanza della vita mortale, ma grazie all’invenzione del cinema egli può, per la prima volta, con occhi nuovi, rivedere il sole e l’alba. C’è una sequenza, all’interno del film in cui Louis parla esplicitamente dell’importanza che ha per lui questa nuova esperienza: lo sguardo del vampiro corrisponde con quello dello spettatore, entrambi sono rivolti al passato e attraverso una serie di immagini che rievocano film noti trovano qualcosa che ben conoscono e di cui hanno potuto fare esperienza solo attraverso uno schermo. Probabilmente la più scena famosa è quella data dal volo di Superman, interpretato da Christopher Reeve, nell’omonimo film del 1978, mentre quella che gioca di più con il citazionismo è quella appartenente al film muto di Murnau, del 1922, ispirata al romanzo di Bram Stoker, considerata universalmente un caposaldo del cinema horror. In questa interessante sequenza di Interview with the Vampire le pellicole si trasformano tanto per lo spettatore, quanto per il vampiro, in ricordi preziosi.

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Fig. 2

Tra i tanti doni che può recare l’immortalità c’è una condanna intrinseca al tempo che scorre lento: la noia e la conseguente apatia che ne deriva. Nel visionario e poetico film di Jim Jarmusch, Only Lovers Left Alive, i due vampiri protagonisti riescono ad affrontare la caducità del tempo solo grazie alla presenza dell’altro e alle proprie passioni, quali l’arte e la musica, che vengono coltivate come se fossero esse stesse il nutrimento fondamentale delle secolari creature. Attraverso questo film, il regista riesce sapientemente a creare un legame esplicito e indissolubile tra queste creature immortali e il tempo, del quale esse stesse ne fanno parte.

Tornando quindi in conclusione al vampiro per eccellenza, al padre di tutti i vampiri, il conte Dracula, si può notare che nell’ultimo film a lui dedicato, Dracula Untold, di Gary Shore, il riferimento al mondo del cinema è assente. Tuttavia è presente il sempiterno concetto dell’eternità e dell’immortalità, tanto che il conte Vlad, interpretato in questa versione dal bellissimo Luke Evans (chiedo scusa ma non posso fare a meno di associare questo aggettivo a questo attore), ama recitare alla sua amata una poesia del mistico persiano Jalal Al Din Rumi, nella quale ci si domanda come sia possibile pensare che questa nostra vita sia separata dalla prossima dal momento che l’una nasce dall’altra. Questo verso parla di vite, di continuità tra esse e di immortalità. La figura mitica del vampiro nel film Dracula Untold decide di abbracciare l’oscurità, di cedere alla condanna della vita eterna per amore, amore verso il suo popolo e la sua famiglia, cedendo così alla propria condanna in cambio della salvezza delle anime a lui care. Come afferma egli stesso, tanto nella storia mitica del vampiro, quanto nella storia del cinema, la quale continuerà a rappresentare e a rievocare questa creatura che tanto incute timore e allo stesso tempo affascina, “a volte al mondo non serve un altro eroe… a volte c’è bisogno di un mostro.”

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, Friedrich Murnau, 1922
  • Bram Stoker’s Dracula, Francis Ford Coppola, 1992
  • Interview with the Vampire: the Vampire Chronicles, Neil Jordan, 1994
  • Only Lovers Left Alive, Jim Jarmusch, 2013
  • Dracula Untold, Gary Shore, 2014

 

L’arte di saper emozionare

Al mondo sono riconosciute sei tipi di belle arti: architettura, scultura, pittura, letteratura, musica e danza. Nel XX secolo a questo breve e prestigioso elenco si aggiunge una settima arte: il cinema.

La settima arte nasce il 28 dicembre del 1895. Il cinema non è solo un’arte ma anche un metodo di racconto. All’interno del processo di creazione di questo racconto ci sono innumerevoli figure che collaborano affinché il prodotto finale sia apprezzato dal pubblico. Prima che un film possa arrivare in sala deve quindi passare attraverso tre fasi: la pre produzione, la produzione e la post produzione. La prima concerne lo sviluppo delle idee e passa attraverso le case di produzione che devono decidere se e quanto investire nelle idee. Produttori, sceneggiatori e registi sono alcune delle figure chiave tra i primi protagonisti. La fase intermedia, quella di produzione, è quella in cui materialmente si gira il film: attori, registi, macchinisti, fonici, direttori della fotografia e tanti altri collaborano alla creazione fisica del prodotto film. La terza ed ultima fase coinvolge figure quali i montatori, gli onnipresenti registi e altri personaggi del mondo cinematografico che prendono parte a quella che può essere definita la parte conclusiva della creazione del prodotto filmico.

Al grande pubblico la maggior parte delle persone che concorrono a creare un film non sono note. Tra i nomi, invece, che vengono ricordati, spiccano quelli dei registi e degli attori. La figura dell’attore, alle volte, viene sottovalutata dagli spettatori. L’arte della recitazione non nasce con il cinema, ma con esso si sviluppa, si amplifica e trova nuovi e innovativi metodi di applicazione. Il più famoso sistema dedicato all’arte della recitazione è il metodo Stanislavskij, teorizzato dal omonimo creatore nella seconda metà dell’ Ottocento.

 

 

Actors Studio
Fig. 1

Il criterio fondamentale per valutare la bravura di un interprete, tanto cinematografico quanto teatrale, oggi come un tempo, è quello di riuscire a scatenare nel pubblico una reazione emotiva. L’arte della recitazione, nella cultura Occidentale, nasce all’incirca nel V secolo a.C. in Grecia. Il compito fondamentale dell’attore è sempre stato quello di saper manifestare gli atteggiamenti e le passioni che sono propri del personaggio che deve interpretare. Così come nella Grecia antica, anche oggi esistono diversi metodi utilizzati dagli attori per rappresentare ed evocare emozioni. Il metodo Stanislavskij trova un numeroso seguito tra gli attori cinematografici perché cerca un punto di equilibro tra una rappresentazione super-naturalistica e una basata esclusivamente sulle pose teatrali. Grazie a questo metodo per la prima volta il mondo del teatro, ed in seguito quello cinematografico, pensa all’educazione dell’attore. Si passa da una semplice osservazione e imitazione a una rielaborazione dei sentimenti. In sostanza, secondo questa teoria, affinché la performance dell’attore, tanto sul palcoscenico del teatro quanto sul set cinematografico, sia il più empatica possibile, l’attore deve agire, desiderare e pensare come il personaggio che interpreta, deve quindi immedesimarsi completamente. Al cinema l’attore ha il dovere non solo di ripetere meccanicamente le battute che gli sono state assegnate, ma anche e soprattutto di interpretare un ruolo, il suo ruolo. Questo sistema di recitazione, identificato oggi più semplicemente come il Metodo, è approdato ad Hollywood grazie all’avvento del cinema parlato e grazie alla conseguente migrazione (da New York alla calda e soleggiata California) dei suoi principali interpreti e insegnanti, sebbene la sua sede storica sia nata a New York (fig. 1). Ha conosciuto la fama grazie ai sui principali e famosi interpreti degli anni Cinquanta, come Marlon Brando, James Dean e Marylin Monroe. Nel film del 2011 My Week with Marylin si può osservare che la figura di Paula Strasberg, insegnate di recitazione, vive in stretto contatto con l’attrice protagonista proprio per aiutarla ad applicare le regole del Metodo.

Il Metodo è stato molto discusso nel corso dei decenni, a tal punto che si è arrivati a mitizzarlo. Per citare un esempio recente e di forte impatto emotivo si può ricordare la magistrale interpretazione di Heath Ledger del Joker, nel film The Dark Knight. Alcuni inizialmente avevano attribuito erroneamente la sua prematura scomparsa al fatto che si fosse immedesimato troppo nel personaggio, e che quindi a causa del Metodo non fosse più riuscito a uscire, una volta terminate le riprese, dalla mente malata del serial killer di Gotham City. La magia del cinema è da sempre legata alle figure mitiche degli attori che hanno reso grandi i loro personaggi sul grande schermo tanto quanto hanno fatto parlare di sé. Oggi il cinema, soprattutto un certo genere, si appoggia sempre di più all’uso del digitale. Attori e attrici vengono affiancati o addirittura sostituiti da surrogati digitali sempre più credibili e verosimili. Tuttavia c’è da notare che la perfezione del digitale nasce da un unico modello di base: il corpo e il viso dell’attore. La tecnica della motion capture è esattamente questo, ovvero la registrazione del movimento del corpo umano che permette, in seguito, di poter creare in digitale personaggi fittizi basati su movimenti reali. Uno dei più famosi e amati personaggi animati con la tecnica della motion capture è Gollum, presente nell’intera trilogia The Lord of the Rings e anche nel film, del 2012, Lo Hobbit.Gollum

 

Il cinema del futuro, così come quello del passato, ha e avrà sempre bisogno di attori veri in carne e ossa, in grado di trasmettere emozioni al pubblico. Il digitale e la tecnologia saranno sempre più una parte fondamentale e integrante del futuro del cinema, ma non potranno mai sostituirsi agli interpreti reali. Sono gli attori, insieme ai registi, agli sceneggiatori e a tutte quelle figure che collaborano alla realizzazione di un film, a creare la vera emozione e magia che è propria della settima arte.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The Lord of the Rings, Peter Jackson, 2001, 2002, 2003
  • The Dark Knight, Christopher Nolan, 2008
  • My Week with Marylin, Simon Curtis, 2011

L’occhio del cinema

Il cinema è racconto, è visione. È un mezzo di comunicazione plurisensoriale, infatti coinvolge sia la vista che l’udito. Tuttavia, sebbene fin dagli esordi il cinema, anche quello muto (il primo film sonoro risale al 1927), sia sempre stato accompagnato da un sottofondo musicale, il primo senso che la macchina cinematografica va a toccare è quello visivo. Che sia un documentario, un’animazione o una pellicola d’azione, il cinema ha un solo intento: mostrare una storia. La racconta utilizzando come principale canale sensoriale la vista. L’occhio è il vero protagonista del mezzo cinematografico, ma l’occhio di chi? È lo spettatore il vero protagonista? Il protagonista del racconto, il regista o il cinema stesso? Prima di vedere i tre casi bisogna partire dal presupposto che il cinema che celebra se stesso, quello che conosce le potenzialità del mezzo cinematografico, è quello che gioca sapientemente con l’occhio e lo rende protagonista, attraverso interessanti espedienti cinematografici.

 

Figura 1
Fig. 1

L’occhio dell’attore è il protagonista. È il metodo attraverso il quale la storia si sviluppa partendo da un punto di vista interno al racconto. Ma esistono numerosi e interessanti film in cui un metodo, apparentemente semplice, di racconto riesce a trovare interessanti scelte registiche per rendere l’occhio il vero protagonista. Nel 2014 esce il film Lucy, diretto da Luc Besson, in questo lungometraggio, che parte dal presupposto che l’essere umano è in grado di utilizzare solo il 10% del proprio cervello, la protagonista Lucy, interpretata da Scarlett Johansson, assume per errore una quantità eccessiva di una nuova droga. Questa ha l’effetto di rendere la protagonista sempre più consapevole delle realtà che governano il mondo, e a mano a mano che il suo corpo assimila la droga, diventa sempre più intelligente e il suo cervello inizia a essere usato al pieno delle sue possibilità. Ma non è solo il cervello che racconta la storia, è anche l’occhio. L’occhio di Lucy, con l’aumentare delle sue percezioni, si modifica, cambia di colore e di forma, passa dall’essere un occhio umano a uno animale (fig. 1), per poi assumere una forma e un colore che rappresentano la piena conoscenza di sé e del mondo circostante. In questo caso il regista ha deciso di rendere visibile l’evoluzione dell’essere umano attraverso l’occhio della protagonista. La vista è essenziale al cambiamento, è essenziale tanto per la protagonista quanto per lo spettatore. La storia di Lucy è la storia dell’evoluzione dell’uomo, l’evoluzione del mondo in senso più ampio, e infine è anche l’evoluzione del film stesso.

L’occhio dello spettatore è il protagonista. In realtà l’occhio dello spettatore è sempre protagonista al cinema ma ci sono casi in cui, in alcune pellicole, la cosa è resa più evidente. È il caso del film The Truman Show. In questo film diretto da Peter Weir, il protagonista, interpretato da Jim Carrey, è la vittima inconsapevole di un grande show televisivo, creato appositamente per soddisfare gli spettatori e raccontare la vita dell’ignaro protagonista. Qui l’occhio dello spettatore cinematografico coincide con quello del pubblico televisivo fittizio (fig. 2). La regia televisiva viene affidata, non a caso, al regista, interpretato da Ed Harris, che porta l’emblematico nome di Christof. L’occhio viene quindi diretto da una doppia regia che viene affidata alle telecamere. Le macchine da presa e la regia sono l’occhio dello spettatore, che ha solo in apparenza quindi la possibilità di scegliere cosa vedere e cosa no, ma che in realtà è indirizzato e diretto da un occhio più consapevole, quello del regista.

L’occhio del cinema è il protagonista. Quando il cinema mette in scena una storia e allo stesso tempo racconta se stesso e celebra la visione nella sua più completa totalità, allora si è davanti a un capolavoro della storia del cinema. È il caso del film di Stanley Kubrick 2001: A Space Odyssey. Lo stesso regista afferma che il suo film è un’esperienza visiva. Il film racconta, si racconta, mette in scena la storia del mondo e dell’uomo. Lo spettatore non vede solo un film ma ne fa esperienza e la fa grazie e soprattutto alle immagini che si susseguono, anche se nei film di Kubrick la musica assume sempre una notevole importanza e la colonna sonora supporta le immagini al meglio. In questo capolavoro del cinema l’occhio dello spettatore rimane incollato davanti allo schermo, e il suo punto di vista coincide in alcuni momenti con quello dell’intelligenza artificiale HAL 9000 (fig. 3), creandogli anche volontariamente una sorta di disagio e fastidio visivo e psicologico.

Ogni inquadratura, di qualsiasi film, è studiata affinché lo spettatore si perda all’interno della storia del racconto. Ogni scena racconta qualcosa, e ogni storia raccontata ha un punto di vista. Lo spettatore può sempre osservare un film e domandarsi cosa racconti l’inquadratura e se dietro di essa si celi una visione più completa e complessa. I film sono l’arte del racconto e della visione. Sta allo spettatore, attraverso un’attenta osservazione, che può essere considerata una specie di gioco con il regista, riuscire a vedere non solo con i propri occhi ma andare oltre la semplice visione superficiale. La bellezza del cinema, per il suo pubblico, risiede nel saper e voler guardare attentamente.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • 2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick, 1968
  • The Truman Show, Peter Weir, 1998
  • Lucy, Luc Besson, 2014

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

Sky Cinema Italia:

2001: A Space Odyssey

The Truman Show