Magari

Magari è il lungometraggio che segna l’esordio dietro la macchia da presa di Ginevra Elkann. Questo film, che è presente alla trentasettesima edizione del Festival del Cinema di Torino all’interno della sezione Festa Mobile, pare essere una sorta di biografia. Una realtà che ricorda, sotto certi aspetti, la vita della regista, figlia di Margherita Agnelli e sorella di John e Lapo Elkann. Anzitutto perché la voce narrante di questa storia è quella di una bambina, di otto anni e mezzo, che filtra la realtà che la circonda attraverso le sue speranze e la parola magica che lega tutta la storia. Magari appunto. La regista all’interno di un’intervista ha dichiarato che è sempre stata affascinata da questa parola, così unica all’interno della nostra lingua italiana, poiché lega attraverso un filo sottile la bellezza della felicità e la malinconia. È una parola che viene detta quasi con un sussurro, viene sospirata. Magari la vita andasse come vorremmo noi. Invece la piccola protagonista, insieme ai suoi due fratelli (elemento che accomuna la bambina alla vita privata della regista), vive l’esperienza di voler vedere i suoi genitori tornare insieme. Invece la realtà che lo spettatore osserva, con gli occhi di un adulto e con l’aiuto dello sguardo sempre più disincantato del fratello maggiore, è ben diversa: i genitori sebbene siano legati dai tre figli che hanno in comune sono separati. Divisi da una distanza tanto fisica quanto, soprattutto, spirituale.

I figli, i veri protagonisti di questo racconto, sono in tre. Tre modi di vedere, tre modi differenti di affrontare e di rinnegare la realtà. Magari di Ginevra Elkann mostra l’amore e l’astio che c’è all’interno di una famiglia. Mostra le differenze che sembrano allontanare in modo inesorabile e permanente i personaggi che colorano e abitano all’interno di una famiglia allargata. Porta in scena però anche la speranza, la voglia di sognare che tutto sia ancora possibile. Dimostra così che nonostante le inconciliabili differenze, l’amore che lega un genitore a un figlio può e deve riuscire a sovrastare tutto, anche e soprattutto le differenze. Le divergenze all’interno di questo film sono tante e causano problemi di comunicazione. In primis c’è il problema della lingua – i giovani oscillano costantemente dal francese all’italiano, l’età dei ragazzi sono tra le più difficili e segnano tutte, sebbene in modi diversi, un periodo di transizione, c’è inoltre lo scoglio della distanza fisica che si riflette su quella del cuore e c’è quella religiosa. Insomma, all’interno di un solo nucleo famigliare sono più numerosi gli ostacoli che separano le anime che abitano in questa pellicola che gli elementi in comune. Eppure, eppure tra un problema e l’altro, tra una mancanza di comunicazione e l’altra il film della Elkann mostra che la vita va avanti, come fa sempre. Che lo si voglia o meno. Che ci si rintani all’interno di un sogno, di un ricordo o dietro a una parola sospirata come Magari, la vita nonostante tutto e tutti va avanti e non guarda in faccia nessuno. Aiuta a crescere, ad affrontare i problemi irrisolti e nello stesso tempo regala gioie e dolori. Tra una risata dolce amara e una lacrima la vita supera tutto, compreso il tempo.

Ginevra Elkann alla sua prima regia ha fatto questo. Ha mostrato la vita, i rapporti conflittuali che, esattamente come accade nella vita di tutti i giorni, non sempre vengono risolti ma quantomeno vengono superati, anche grazie allo scorrere del tempo. Ha portato in scena uomini imperfetti, come il personaggio del padre, interpretato da un Riccardo Scamarcio che in alcuni momenti risulta essere incredibilmente insopportabile per poi trasformarsi poco dopo in un padre amorevole e dolce. Con l’aiuto dei due attori che rappresentano la generazione degli adulti, anche se spesso e volentieri si dimenticano delle loro responsabilità, ovvero Scamarcio e Alba Rohrwacher, Ginevra Elkann porta in scena una pellicola in cui sembra che non sia solo la giovane voce narrante a pronunciare costantemente, come un mantra, la parola Magari.

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