Il terrore è di Casa

La casa è sinonimo di protezione, di famiglia e di unità. A volte questo simbolo però può essere completamente stravolto e una casa può diventare il luogo da cui non si ha via d’uscita, una prigione, una condanna. Il posto che per eccellenza che ci offre una protezione e un tetto si trasforma in un vero incubo. Case abbandonate nel bosco, isolate da tutto e tutti sono degli ottimi espedienti narrativi per i film horror in cui ambientare una storia di terrore.

La confortevole casa in alcuni film si trasforma in un elemento di claustrofobia pura. A volte questo senso di oppressione e di terrore può essere conferito dall’impossibilità del protagonista di uscire. La minaccia che impedisce al personaggio principale di scappare può essere interna o esterna. Nei film Hush e Panic Room, rispettivamente del 1998 e del 2002, l’elemento di terrore che si insinua tra le protagoniste e la loro desiderata felicità è interna. Il primo lungometraggio tratta di una giovane donna di nome Helen, interpretata da Gwyneth Paltrow, costretta ad affrontare all’interno della tenuta del marito la minaccia peggiore: una suocera estremamente gelosa e possessiva. Quello che sembra una normale signora, premurosa e amorevole, resa da una fantastica Jessica Lange, diventa, man mano che la pellicola prosegue, una persona cattiva che nasconde molti segreti e che non vuole condividere il suo unico figlio con un’altra donna. Lo spazio che delimita la paura e il senso di oppressione della protagonista è quindi ampio, poiché il neo marito è un uomo estremamente ricco. Ma per quanto grande sia la casa e il territorio che la circonda non è abbastanza per evitare alla giovane Helen di sentirsi braccata, circondata e terrorizzata.

Più lo spazio si restringe più il senso di claustrofobia è evidente. Nel secondo film precedentemente citato, diretto da David Fincher, l’oppressione è palese e il terrore è maggiore. Non è più una finta madre amorevole la minaccia ma una banda di criminali che irrompe nella casa appena acquistata dalla protagonista, interpretata da Jodie Foster. Personalmente trovo più inquietanti i film in cui le minacce sono sottili e meno evidenti, in cui il protagonista non riesce a capire se la mente gli sta giocando un brutto scherzo o se il senso di fastidio che prova sia reale e minaccioso. Appurato quali sono i miei gusti è forse corretto dire che, quale che sia la minaccia, quando due giovani donne sono minacciate da personaggi all’interno della propria casa il terrore e il senso di panico è assicurato.

Guillermo del Toro

Ma se la minaccia non è una persona all’interno ma è la casa stessa a trasmettere quel senso di panico e terrore?  Nel visionario film del 2015, diretto da Guillermo del Toro, Crimson Peak la casa è essa stessa parte integrante della paura che attanaglia la giovane protagonista. La villa è il luogo pulsante attraverso il quale le paure, i segreti e le atrocità vengono a galla pur restando perennemente nascosti agli occhi del mondo. Esattamente come accade nel film Mother! di Darren Aronofsky il luogo in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro nasconde un proprio segreto. Nel lungometraggio del regista americano temo che il risultato finale non sia altrettanto efficace come nel caso del collega messicano. Se del Toro riesce a rendere alla perfezione una storia del terrore che si incrocia con un destino di una famiglia e trasmette costantemente un senso di panico e curiosità, Aronofsky in questo caso non riesce nel suo intento. Se da una parte il film Mother! ha la chiara volontà di far passare un preciso e ben definito messaggio (a mio avviso troppo criptico e per questo il risultato finale non è all’altezza delle aspettative iniziali e risulta essere addirittura grottesco), dall’altra c’è il prodotto del regista messicano. Crimson Peak riesce nel suo intento alla perfezione: panico, terrore e curiosità viaggiano a braccetto e conducono la giovane protagonista Edith, interpretata da Mia Wasikowska, verso un percorso unico e incredibile. Gli affascinati compagni di viaggio di Edith sono tanto enigmatici quanto seducenti – a tal proposito, consiglio di vedere quest’ultimo film in lingua originale per godere della sensuale e perfetta voce del co-protagonista, interpretato dal britannico Tom Hiddleston.

La casa dunque, dovrebbe essere accogliente e sicura, quasi come un grembo materno, eppure in molte pellicole si trasforma in una gabbia, alle volte in una dorata e luccicante, altre volte in una piccola e claustrofobica. Che la minaccia sia esterna, interna o la casa stessa sia fonte di pericolo poco importa, l’elemento essenziale in questi lungometraggi è che lo stravolgimento delle certezze aiuta a creare un senso di panico. Siete quindi pronti a vedere, nel caso ve lo foste perso, uno o più di questi film, comodamente seduti sul vostro divano, da soli, all’interno della vostra comoda e accogliente casa?

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Hush, Jonathan Darby, 1998
  • Panic Room, David Fincher, 2002
  • Crimson Peak, Guillermo del Toro, 2015
  • Mother!, Darren Aronofsky, 2017

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

Crimson Peak                               Mother!

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Il labirinto della mente

Ci sono film in cui l’intera narrazione è forviante. Lo spettatore pensa una cosa ma il regista in realtà ne mostra un’altra. In un precedente articolo del mio blog (3 atti, un inganno) ho affrontato questo tema attraverso una serie di titoli. Lungometraggi dotati di questo dono dell’ambiguità, del vedo ma non guardo, sono, come già detto, innumerevoli, ma alcuni di essi appartengono a un sottogruppo ancora più ristretto e ben definito: la mente umana. In alcune pellicole l’occhio dello spettatore fa un viaggio all’interno della psiche del protagonista – la maggior parte dei film seguono le vicende di uno o più personaggi, mentre qui si sta parlando di un inseguimento più inconscio e profondo. La mente del protagonista guida lo spettatore dentro un labirinto, dal quale non esiste via d’uscita se non alla fine della narrazione. A fine visione ci si rende conto che se avessimo guardato, osservato attentamente, avremmo colto e interpretato quelli che ci sembravano inutili dettagli come elementi fondamentali della narrazione.

Esistono casi di film in cui, già attraverso un trailer sappiamo in cosa andremo a imbatterci. È il caso del film del 2000, American Psycho. In questo caso il titolo stesso è una guida, un avvertimento del labirinto dentro il quale ci stiamo per inoltrare. La storia è ispirata all’omonimo romanzo scritto da Bret Easton Ellis, in cui si racconta della vita di Patrick Bateman, interpretato da un intenso Christian Bale – giovane uomo, mentalmente disturbato, di Wall Street, nell’America degli anni Ottanta, che in apparenza possiede tutto quello che desidera. Il film accompagna in una progressiva discesa verso l’abisso lo spettatore che osserva inerte, sconcertato, a tratti anche affascinato, Patrick e la sua spirale di auto distruzione che lo porterà alla disfatta finale, fisica e soprattutto mentale.

American Psycho_Christian Bale

Il viaggio che lo spettatore può compiere all’interno del labirinto della mente del protagonista non è sempre così chiaro fin dalla comparsa del titolo sullo schermo, a volte è molto più enigmatica e oscura. Nei film Shutter Island e Fight Club, rispettivamente diretti di Martin Scorsese e David Fincher il passaggio verso l’oscurità e gli abissi della mente è più sottile eppure altrettanto efficace. Entrambe le pellicole sono tratte da romanzi e affrontano due realtà ben distinte, i protagonisti sono diversi così come differente è il luogo in cui si svolge la narrazione, i personaggi principali e secondari non sono affatto paragonabili, così come le due storie. Eppure, entrambe le pellicole hanno in comune la voglia, da parte del regista, di inabissare lo spettatore all’interno di una storia impensabile all’inizio. Il viaggio che compiamo è forte, magnetico forse a tratti anche disturbante ma assolutamente necessario per arrivare alla conclusione e scoprire con immenso stupore che stavamo guardando ma non osservando. La mente umana non è sempre oscura e lastricata di ostacoli che impediscono alla luce di penetrare ma certamente a livello filmico le menti malate, disturbate sono un espediente magnifico e magnetico, tanto per il regista quanto per lo spettatore.

Christian Bale, Leonardo DiCaprio ed Edward Norton sono i protagonisti che ci guidano all’interno di un percorso unico e affascinante, sempre differente e ugualmente sorprendente. La regista Mary Harron e i suoi colleghi precedentemente citati ci permettono di godere di un viaggio all’interno della mente umana, non di una qualunque, bensì di una deviata, problematica ma affascinate al punto di incollarci davanti allo schermo, perché la verità è che per quanto cruento sia ciò che stiamo guardando, non siamo più in grado di distogliere il nostro sguardo.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Fight Club, David Fincher, 1999
  • American Psycho, Mary Harron, 2000
  • Shutter Island, Martin Scorsese, 2010

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

Fight Club                            American Psycho

Shutter Island

Case di bambole

Quando al cinema l’apparenza inganna sono le famiglie il fulcro della storia, sono soprattutto le donne a soffrire (ma non è sempre così) e molte volte le storie sono ambientate nell’America degli anni Cinquanta. Personalmente amo quel momento storico caratterizzato dalla massima eleganza e da una musica travolgente. Tuttavia non è tutto oro quel che luccica e la triste verità è che in quel periodo molte vite erano dedicate alla pura apparenza. Donne perfette, trucco sempre curato, abiti che esaltavano la fisicità femminile eppure quella bellezza superficiale non poteva curare un malessere che si generava all’interno della psiche. Nel film Revolutionary Road, del 2008, si assiste proprio a questo: una famiglia in apparenza perfetta, una coppia bellissima – interpretata da Leonardo DiCaprio e da Kate Winslet, acquista e vive in una casa che fa da sfondo all’incomprensione e all’allontanamento progressivo degli sposi. Mentre il marito Frank si riesce ad adeguare alla vita e al futuro che si prospetta alla coppia, la moglie April risente del ruolo che le viene assegnato dalla società. Rifiuta di vivere in una comunità in cui la donna è relegata al ruolo di moglie e madre, lei vuole vivere, fare esperienze, girare il mondo e quindi cerca di ribellarsi. Se in un primo momento sembra che Frank appoggi la moglie, man mano che il film procede si assiste alla depressione e al senso di claustrofobia che la società trasmette ad April. Il senso del dovere e dell’apparenza prevale sulla coppia in modo inesorabile. Allo stesso modo nel film Far from Heaven, diretto da Todd Haynes, anch’esso ambientato nell’America degli anni Cinquanta, i protagonisti vivono all’interno di un costante senso di oppressione, questa sensazione viene risaltata da una serie di scelte registiche: il forte contrasto tra colori caldi e freddi (forse a voler omaggiare il genere del melodramma), le inquadrature, la musica malinconica e drammatica. Questa pellicola che rende omaggio al film del 1955 di Duglas Sirk, All that Heaven Allows, da cui prende spunto per sviluppare la trama, tocca con delicatezza tematiche importanti, quali: la differenza di classe sociale, l’omosessualità e la difficoltà di integrazione razziale. L’amore impossibile tra Cathy e Raymond viene ostacolato dall’ignoranza delle persone che li circondano e dal razzismo. Per questi amanti sfortunati il lieto fine non può esistere, il loro amore non può che restare platonico e come dice il titolo stesso, la loro felicità non potrà che essere Far from Heaven.

collage

La finta perfezione e le apparenze non valgono solo per gli anni Cinquanta e per le donne. Nel thriller di David Fincher Gone Girl, del 2014, la vita apparentemente perfetta di Nick Dunne, interpretato da Ben Affleck, viene stravolta e capovolta. Ciò che lo spettatore crede di vedere  non è ciò che realmente è. Tutto è apparenza, tutto, anche il punto di vista della narrazione è forviante. Il dramma segue le vicende di una famiglia a cui improvvisamente accade qualcosa di inaspettato – la moglie di Nick, Amy scompare. Dietro di lei ci sono indizi, sospetti, accuse e frasi sussurrate. Tanto lo spettatore, quanto i personaggi del film, cedono alla tentazione e credono ciò a cui vogliono credere. La falsa perfezione, la bella vita, lussuosa di una coppia viene messa sotto la lente di ingrandimento e attraverso questa attenta analisi ci si rende conto che nulla è come sembra. Niente di ciò che crediamo è reale, lo straordinario metodo di narrazione del regista permette allo spettatore di cadere nella trappola e solo alla fine del film ci si accorge di ciò che realmente le persone sono. Sotto il velo patinato della finta perfezione della vita borghese si nascondono fragilità, paure, imperfezioni che fanno parte della vita di tutte le persone. La casa perfetta che racchiude una finta vita perfetta mostra che non sono solo le donne degli anni Cinquanta a essere vittime dell’apparenza. Amy decide di rispondere, di reagire, in un modo decisamente drastico e inaspettato ma sebbene la sua personalità si discosti parecchio da quelle delle vite precedentemente citate, anche lei inizialmente paga lo scotto di voler nascondere la polvere sotto il tappeto di casa.

La vita narrata da un film non deve necessariamente essere perfetta per essere stravolta. Non è sempre un singolo essere umano a soffrire per le apparenze e le false credenze, un’intera comunità può venire stravolta a causa di una falsa convinzione. Nel film danese Jagten (letteralmente “la caccia”), tradotto in Italia con il titolo Il sospetto, è un piccolo paese a essere stravolto dallo scandalo. Le apparenze in questo caso non nascondono la sofferenza ma, anzi, al contrario, le accuse celano la verità. Mads Mikkelsen interpreta Lucas, un insegnate accusato di pedofilia ai danni della figlia del suo migliore amico. Lo spettatore in questo caso conosce fin da subito la verità e vede come una falsa accusa, infondata possa distruggere la vita di un uomo, della sua famiglia e conseguentemente della comunità nella quale vive. In questo caso non è una casa a celare la verità, ma una cittadina a non voler concedere il beneficio del dubbio a un amico. Una sola frase, un solo sguardo, una mezza accusa può distruggere la vita di una persona tanto quanto una bella casa può nascondere un malessere interno. La cattiveria delle persone, l’ignoranza, il razzismo  e la concezione utopistica di come una società dovrebbe essere può distruggere, senza lasciare il minimo spazio alla speranza e alla redenzione, uno o più soggetti. Questi film, tutti magistralmente diretti e interpretati portano alla luce personalità che, attraverso il loro sguardo semplice, onesto e speranzoso mostrano come il mondo dovrebbe e potrebbe essere. Purtroppo queste persone (tanto le donne quanto gli uomini) sono vittime più o meno consapevoli delle apparenze e delle ipocrisie.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Far from Heaven, Todd Haynes, 2002
  • Revolutionary Road, Sam Mendes, 2008
  • Jagten, Thomas Vinterberg, 2012
  • Gone Girl, David Fincher, 2014