Legge, verità, giustizia e cinema

Oggi ho deciso di analizzare film che hanno come tratto comune la ricerca della giustizia e della verità, in altre parole che vertono la loro trama attorno a un’aula di tribunale. Pellicole con questo tema lungo la storia del cinema ce ne sono davvero tante, quindi per cercare di iniziare a fare un po’ di chiarezza attorno a questo vastissimo e, a parer mio, interessantissimo argomento possiamo dire che questo genere di film si possono dividere in due grandi gruppi. Nel primo ci sono quelli che usano il tribunale e le sue aule di giustizia come espediente per narrare una storia che si svolge principalmente all’esterno, nel secondo invece ci sono quelli in cui tutto ma proprio tutto serve per portare lo spettatore e la storia verso il gran finale, che vede il suo punto di massima tensione durante l’arringa finale dell’avvocato.

Ricordo, anche questa volta, che inserisco, in questo brevissimo articolo, le pellicole che mi hanno colpita e che sono rimaste nella mia memoria. Appurato ciò  possiamo procedere con il primo gruppo, sopra citato, nel quale ci sono i film che usano l’aula di tribunale come espediente narrativo. Per questo sotto gruppo ho deciso di portare alla vostra attenzione, e quindi di consigliarvi, nel caso ve le foste perse, due pellicole uscite a distanza di sette anni l’una dall’altra. Entrambe vedono un cast degno di nota ed entrambe presentano una trama che solo in apparenza si presenta come un po’ scontata. È proprio questo inizio di storia, che parte quasi in sordina, che permette allo spettatore di decollare verso una narrazione incredibile e avvincente. Il primo film, del 2007, è principalmente un thriller e vede il sempre magnifico e magnetico Anthony Hopkins accanto a un giovane ma pur sempre all’altezza del ruolo Ryan Gosling, affiancato a sua volta dalla bellissima Rosamund Pike. Questo film ha l’unico difetto di aver subito, come purtroppo accade a molte altre pellicole, un drastico cambiamento di titolo per il pubblico italiano: la versione originale è (ed è anche quella che userò io, come faccio sempre per restare fedele alla volontà iniziale della produzione) Fracture, mentre in Italia è uscito con il titolo Il caso Thomas Crawford. Fracture si differenzia con il secondo film, ovvero The Judge, che appartiene a questo primo sotto gruppo, principalmente perché, come dicevo prima, è un thriller e la storia continua a evolversi spostando di volta in volta il punto di vista e le aspettative del pubblico a un livello diverso dal precedente. Il film del 2014, The Judge, vede invece una storia più intima ma allo stesso tempo potente e toccante. Il senso del dovere e della giustizia aleggiano dall’inizio alla fine ma servono solo da pretesto per poter raccontare la storia di una famiglia, che vede Robert Duvall nel ruolo del padre severo e dedito al suo lavoro, il giudice, e Robert Downey Jr., alias Iron Man, nel personaggio del figlio che pur seguendo la tradizione di famiglia decide che la parcella è il vero metro di giudizio che decreta il successo o meno in tribunale. Entrambi i film sono validi, ben scritti e ben diretti, il cast è già una mezza certezza e quindi se vi foste persi queste due pellicole non vi resta che vederle, perché vi assicuro che non vi deluderanno, sia che cerchiate un thriller o un film drammatico e intimo allo stesso tempo.

Il secondo sotto gruppo di film, che è quello che prediligo, che vengono ambientati all’interno di un aula di tribunale hanno, dicevo, la caratteristica di avere una trama che non è altro che un crescendo di tensione, che culmina con l’arringa finale. In questo caso mi sento di consigliarvi due pellicole un pochino più datate, una in particolar modo, ma fidatevi: vi lasceranno senza parole. L’arte del mestiere di avvocato verte sull’abilità dell’uso della parola. Il cinema è un mezzo di comunicazione che utilizza il sonoro a supporto del campo visivo. In pellicole come queste, il sonoro non è solo un supporto ma è un elemento fondamentale e di altissimo impatto. Quando la dialettica è così importante in un lungometraggio accade spesso che i film siano trasposizioni di romanzi e questa è la chiave vincente per un film che vuole colpire il suo pubblico dritto al cuore. Questi film sono tratti da due capolavori e sono magistralmente diretti e interpretati. Mentre una pellicola è potente, poetica (anche grazie al bianco e nero – non storcete il naso, bianco e nero non è affatto sinonimo di film vecchio e noioso, anzi!) ed elegante, l’altra è crudele, drammatica e violenta. La prima è stata rilasciata nel 1962 e oggi come allora mantiene tutto il suo incredibile fascino, la seconda è del 1996 ed è uno di quei film che guardo e riguardo volentieri ogni volta che mi si presenta l’occasione. Il primo film è tratto dal romanzo scritto da Harper Lee e il secondo nasce dalla penna di John Grisham. La prima pellicola ha subito lo stesso trattamento del film precedentemente citato Fracture: è stato privato del titolo originale, a scapito di uno più adeguato, almeno secondo l’opinione di allora, per il pubblico italiano, che lo conosce come Il buio oltre la siepe, quando il titolo originale, sia del romanzo che del film, è To Kill a Mockingbird, che letteralmente significa “uccidere un usignolo”. Il film del 1996, A Time to Kill, diretto da Joel Schumacher è stato tradotto per fortuna letteralmente, per cui il titolo italiano è Il momento di uccidere. Queste due pellicole, sebbene abbiano un fil rouge che li collega non potrebbero essere più diverse, eppure hanno entrambe una storia potente e si concludono con una spettacolare arringa finale, una interpretata da Gregory Peck e l’altra da Matthew McConaughey.

Un tema, due gruppi, quattro pellicole differenti per raccontare la giustizia, la verità, la crudeltà dell’essere umano in quattro modi diametralmente opposti eppure ugualmente potenti e toccanti. A voi la scelta da quale iniziare a rivedere o vedere per la prima volta.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • To Kill a Mockingbird, Robert Mulligan, 1962
  • A Time to Kill, Joel Schumacher, 1996
  • Fracture, Gregory Holbit, 2007
  • The Judge, David Dobkin, 2014

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

Sky Cinema Italia:                                           Netflix:

Fracture                                   To Kill a Mockingbird

The Judge

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Attore: protagonista indiscusso

Perché alcuni film ci rimangono più impressi di altri? Alle volte è un insieme di cose, altre invece è un dettaglio a catturare la nostra attenzione: una musica, una particolare tonalità di luce usata per illuminare il set, una battuta… in certi casi la risposta è uguale per tutti: l’attore. Ci sono dei casi un cui il protagonista entra così in sintonia con la macchina da presa e con il regista che il resto sparisce e tutta l’attenzione dello spettatore verte sulla bravura del protagonista. I casi in cui questo risultato viene portato a casa sono innumerevoli ma i film in cui questo rapporto attore-regista e attore-spettatore viene esaltato al massimo livello sono quelli in cui il cast si riduce all’osso. Minore è il numero degli attori e maggiore è l’attenzione che un singolo soggetto richiama su di sé. Nel film del 2002, Phone Booth, diretto da Joel Schuamacher,il cast è composto da una decina di persone ma tutta l’attenzione rimane fissa sul protagonista, interpretato da Colin Farrell, il quale per la maggior parte della narrazione rimane all’interno di una cabina telefonica. Il regista sceglie di seguire la storia attraverso le angosce, le paure e le ansie del protagonista, i primi piani e i dettagli degli occhi di Stu Shepard, portano avanti il thriller. Un’altra peculiarità di questo lungometraggio, che serve certamente a far entrare lo spettatore ancora più in empatica con il povero protagonista, costretto da una voce misteriosa a rimanere all’interno di una cabina telefonica, è che il tempo della narrazione corrisponde al tempo reale. Lo scorrere del tempo del film è lo stesso dello spettatore. La scelta dello scorrere del tempo e quella di avere un cast ridotto aiutano il regista a far focalizzare lo spettatore sulla storia, il dramma che Stu è costretto a vivere lo vive ance il pubblico. Il thriller riesce nel suo intento quindi grazie alla scelta registica e all’abilità del protagonista.

Un altro film in cui il cast è ridotto ma tutte le attenzioni vertono sull’indiscusso protagonista è Six Degrees of Separation. L’impronta teatrale che questo film di Fred Schepisi assume è evidente – la pellicola infatti è tratta dall’omonima opera teatrale, andata in scena per la prima volta nel 1990. La storia e il titolo, si sviluppano basandosi sulla teoria dei “sei gradi di separazione”, secondo questa ipotesi ogni persona di questo pianeta terra può essere collegata a un qualunque altro essere umano attraverso una catena di conoscenze. Questa catena può contare un massimo di cinque intermediari tra le due estremità, da qui ecco spiegati i sei gradi di separazione.  Quanti sono i gradi che separano il bravissimo Will Smith alias Paul dalla famiglia Kittredge? Uno, nessuno, cinque? La narrazione darà risposta a questa domanda alla fine ma l’elemento fondamentale di questo film è la bravura dell’attore, il quale impersona un ragazzo talmente dotato di intelligenza e carisma in grado di ammaliare la ricca coppia. Che Paul sia davvero il figlio di Sidney Poitier, che sia davvero un abile conoscitore di arte poco importa, ciò che maggiormente colpisce lo spettatore è la bravura e il magnetismo che riesce a emanare Paul e di conseguenza Will Smith.

Nel film Seleuth del 2007 diretto da Kenneth Branagh, remake dell’omonima pellicola del 1972, a sua volta tratta dal testo teatrale del 1970 il cast si riduce a due componenti. Jude Law e Michael Caine sono rispettivamente l’amante e il marito della stessa donna. È curioso notare che nella versione del 1972, diretta da Joseph L. Mankiewicz, il ruolo dell’amante era stato affidato a Michael Caine, mentre il marito era interpretato da Laurence Olivier. Il film è un incontro scontro tra due personalità che lottano per la stessa donna. Grazie a questa magistrale regia lo spettatore rimane incantato e incollato allo schermo, i due attori si contrappongono ma non si sovrastano mai, le due interpretazioni si sostengono a vicenda. Il marito, l’amante e la casa diventano il centro di tutto, l’intera trama si sviluppa attraverso una battaglia psicologica senza esclusione di colpi. L’ambiente che fa da sfondo a questa surreale vicenda è un appartamento moderno, dalle linee ampie e ben definite, è spazioso e minimal. I toni delle inquadrature vertono sui colori freddi, in particolare sul blu. Questi espedienti (la casa e i toni) servono a creare un netto contrasto con la vicenda a cui stiamo assistendo, poiché mentre lo sfondo rimane freddo e distaccato, i personaggi si scaldano, si arrabbiano e si affrontano in una battaglia fisica e psicologica.

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Un altro lungometraggio in cui si assiste a una battaglia psicologica è il film, prodotto per la televisione, Nightingale. In questo caso il cast si compone di un solo personaggio: l’intera trama è portata avanti dal protagonista, magistralmente interpretato da David Oyelowo. Il crollo psicologico è già avvenuto prima dell’inizio della pellicola, lo spettatore quindi può solo seguire il suo disfacimento più totale senza poter fare nulla. Peter Snowden non ha scampo, non può fuggire dalla sua casa così come non può scappare dalle sua mente. È un uomo distrutto che nel corso dei giorni perde sempre più il contatto con la realtà, lo sguardo del pubblico non può nulla se non seguirlo nella spirale di autodistruzione in cui si è inabissato. Questo film non potrebbe esistere senza la bravura del protagonista, la qualità della recitazione è tale da supportare una storia in cui c’è un solo attore.

Alcuni film, più di altri, esistono, resistono alla prova del tempo e conservano il loro fascino grazie all’intenso lavoro dell’attore. Quando una storia è ben scritta, quando la sceneggiatura è pronta allora spetta al duo regista-attore regalare il tocco finale che permette al film di decollare, di non annoiare il suo pubblico ma, anzi di incollarlo allo schermo dal primo fino all’ultimo secondo.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Six Degrees of Separation, Fred Schepisi, 1993
  • Phone Booth, Joel Schumacher, 2002
  • Sleuth, Kenneth Branagh, 2007
  • Nightingale, Elliott Lester, 2015