Graphic Cinema

Le trame dei film si dividono in due tipologie, esistono le sceneggiature originali e quelle non originali. All’interno di quelle non originali le fonti a cui le narrazioni attingono sono le più disparate. Alcune pellicole si ispirano a romanzi, altri a eventi realmente accaduti, certi prendono spunto dall’infinito mondo dei fumetti e una piccola parte di questi ultimi sono tratti da una particolare categoria di fumetti: le grapich novel, o come sono meglio conosciute in Italia, i romanzi grafici o romanzi a fumetti. Questa tipologia si differenzia dagli altri fumetti per alcune peculiari caratteristiche. Come ben sapete questo blog si occupa di film, serie televisive e attori, per cui non è la sede giusta per analizzare questa tipologia di fumetto nel suo specifico, anche perché ammetto che non sono nemmeno in grado di farlo. Tuttavia questo genere di narrazione ha dato la possibilità di creare interessantissime pellicole che, attingendo a questo mondo meraviglioso e ben caratterizzato, sono risultate vincenti sotto molteplici punti di vista. Come spesso accade, anche oggi ho deciso di suggerirvi tre titoli che hanno un solo filo conduttore – in questo caso la sceneggiatura non originale che si ispira appunto alle graphic novel.

Il più famoso dei tre è certamente Sin City. Questa pellicola del 2005, suddivisa in tre episodi e diretta da tre registi differenti, vive in bilico tra il mondo del cinema e quello dei fumetti. La narrazione, la fotografia, la recitazione e il montaggio seguono più le regole della carta stampata che del cinema. E questo funziona. Funziona eccome. Il risultato è qualcosa di unico, perfettamente riconoscibile. Il film è stato girato in digitale e le ambientazioni sono quasi tutte virtuali ma questa scelta registica non dona un senso di falsa realtà ma crea l’incrocio perfetto tra cinema e graphic novel.

Il secondo dei tre film che voglio suggerirvi in questo articolo è un titolo che vi ho già consigliato in altre due occasioni (La spia che ti sei perso e James McAvoy). Il lungometraggio in questione è Atomic Blonde del 2017, in cui la bellissima protagonista è la magnetica Charlize Theron. Nel caso non lo aveste ancora visto, mi limito a dire che ritengo che questa sia un’altra interessante pellicola che non andrebbe persa ma che, anzi, merita di essere vista. Non solo per la regia, la trama e la recitazione ma anche per l’incredibile colonna sonora.

Il film che ti sei perso...

L’ultimo titolo che suggerisco oggi è un altro film ampiamente visto e conosciuto. 300. Questo lungometraggio è stato oggetto di numerosi elogi ed è anche ormai famoso per la celebre esclamazione “Questa è Sparta!”. Confesso di aver visto questa pellicola solo un paio d’anni fa perché prima pensavo, erroneamente, che fosse un prodotto poco interessante. È sempre bello ricredersi, soprattutto quando alla fine della visone si rimane felicemente colpiti. La fotografia, l’intero film lascia senza parole, incanta, tiene lo spettatore davanti allo schermo e lo conquista, dall’inizio alla fine. Non fate l’errore che ho fatto io, pensando che 300 sia un film poco degno di nota. Al contrario, la pellicola diretta da Zack Snyder è assolutamente imperdibile, soprattutto se vi interessano i prodotti un po’ diversi dal solito, che colorano la storia della cinematografia con entusiasmanti trovate.

Nel caso te lo fossi perso…

  • Sin City, Robert Rodriguez, Frank Miller, Quentin Tarantino, 2005
  • 300, Zack Snyder, 2007
  • Atomic Blonde, David Leitch, 2017

 

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Atomic Blonde                                           300

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I padri del cinema

Il cinema non è solo intrattenimento. A volte è pura arte, altre volte insegna e in alcune occasioni può svolgere entrambi i ruoli. I film possono essere come una persona reale, che una volta incontrata, regala delle perle di saggezza e ci lascia un dolce ricordo. I titoli che vi voglio consigliare oggi sono questo: arte, intrattenimento e insegnamento. Il volto della pellicola sono i visi dei personaggi maschili. Il film è come un padre, che attraverso le meravigliose figure che vengono portate sul grande schermo, insegna qualcosa al proprio spettatore. Il fil rouge che collega questi lungometraggi è l’assenza della figura paterna biologica ma la sua presenza nell’anima e nello spirito di personaggi magnetici.

Non serve essere il padre biologico di qualcuno per lasciare il proprio ricordo, il proprio retaggio. Si può ricoprire la figura di padre in molteplici modi e una delle più poetiche e incredibili versioni che il cinema ci ha regalato di questa figura è quella interpretata da Philippe Noiret, nel film Il postino. Questa romantica, toccante e poetica pellicola del 1994 è anche l’eredità che lascia Massimo Troisi al mondo – morto poco dopo la fine delle riprese. Il film è una vera perla. Le interpretazioni sono delicate, toccanti e profonde (Troisi ha ricevuto una candidatura postuma al premio Oscar), la colonna sonora è curata mentre la regia, la fotografia e il montaggio contribuiscono a creare un film che, almeno una volta nella vita, va visto. Questo lungometraggio lascia una doppia eredità allo spettatore, a causa della prematura morte di Troisi e si vela ancora più di malinconia e poesia. Senza nulla togliere al ricordo e alla bravura dell’attore italiano, bisogna rimarcare che il personaggio di Noiret, il quale interpreta il grande Pablo Neruda, da vita a una pellicola piena di sentimento e meraviglia.

C’è un altro grande capolavoro della nostra storia del cinema, che vi ho già consigliato nel mio articolo Quando il cinema mostra il cinema, che porta sul grande schermo il tema dell’assenza del padre biologico e della sua ritrovata figura in una guida spirituale. Padre, amico, guida ed esempio di vita. Si torva tutto questo nell’incredibile film diretto da Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso. Siccome vi ho già suggerito questo titolo non mi dilungo oltre e passo al terzo film che vorrei consigliarvi oggi, in cui si assiste alla sostituzione della figura paterna, nel caso ve lo foste perso…

Il film che ti sei perso

È difficile che questo capolavoro ve lo siate perso, è un film osannato e che viene citato molte volte. Sto parlando di Dead Poets Society, conosciuto in Italia come L’attimo fuggente. Anche questa pellicola, come nel caso del primo titolo che vi ho suggerito, si vela di una malinconia ancora maggiore dal momento che il compianto Robin Williams non è più tra di noi. L’attore americano ha dato vita a un personaggio iconico, meraviglioso e immortale. Il professor John Keating veste il ruolo di padre per un’intera classe di giovani e promettenti ragazzi. Uno in particolare lo prende come modello e lo segue, nonostante tutti i divieti e le rigide regole che gli vengono imposte dal padre biologico. Nel caso non aveste visto questo film non racconto altro e vi dico solo che in questa pellicola, Robin Williams è una perfetta figura paterna. Il mondo del cinema è legato a doppio filo con questo incredibile attore, poiché anche in un’altra occasione assistiamo alla trasformazione di Robin Williams in un padre che insegna, si prende cura e che trasmette saggezza e  dispensa consigli. L’altro grande titolo a cui mi sto riferendo è Good Will Hunting, conosciuto in Italia semplicemente come Will Hunting – Genio ribelle.

Se avete voglia di un po’ di malinconia e di assistere a una grande interpretazione, di godervi una pellicola famosa e osannata (a ragion veduta) e cercate una figura paterna cinematografia degna di essere ricordata, allora vi consiglio di vedere uno di questi titoli che vi ho appena suggerito.

Nel caso te lo fossi perso…

  • Nuovo Cinema Paradiso, Giuseppe Tornatore, 1988
  • Dead Poets Society, Peter Weir, 1989
  • Il postino, Michael Radford, 1994
  • Good Will Hunting, Gus Van Sant, 1997

 

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Good Will Hunting

Jeremy Renner

Jeremy Renner

Siamo già al secondo appuntamento con la nuova rubrica, inaugurata la settimana scorsa con l’articolo dedicato a Nicole Kidman. Oggi vorrei dedicare questo spazio a un attore che trovo assolutamente fantastico e che amo seguire in tutte le sue interpretazioni – confesso di aver visto praticamente tutta la sua filmografia! Jeremy Renner è famoso ai più per il suo ruolo di Clint Barton, alias Occhio di Falco, nella fortunata serie di film della Marvel Cinematic Universe. Mi sono avvicinata anch’io a questo grandissimo artista attraverso i film della Marvel e poi me ne sono innamorata attraverso altri ruoli. Credo che Renner sia uno degli attori più bravi e interessanti che ci siano al momento nel panorama internazionale. Attore incredibile e cantante talentuoso. Renner gioca con la sua voce, non solo quando recita ma anche quando canta e attraverso la musica recita. Se volete avvicinarvi a questo artista vi consiglio di vederlo in lingua originale – sebbene, lo ammetto, sia abbastanza arduo capirlo se non masticate abbastanza bene l’inglese. Ma se farete come me, e inizierete a seguirlo nelle sue interpretazioni originali non saprete più tornare indietro.

Questo straordinario attore mi ha abbagliata un giorno come un altro e da allora mi ha catturata completamente. Pesate che quando sono venuti a girare Avengers: Age of Ultron qui in Italia, in Valle d’Aosta, quella meravigliosa donna che è mia mamma, insieme a mia zia, ha deciso di accompagnarmi per una gita di un giorno (abito in Piemonte per chi non lo sapesse) e mi ha portata a vedere il set. La mia giornata sarebbe potuta essere magnifica già così ma quando, inaspettatamente, ho visto passarmi davanti proprio Jeremy Renner, in costume da Occhio di Falco, beh mi sono mancate le parole e… si, non ho una foto o altro ma porto nel cuore il ricordo di aver visto uno dei miei (tanti) attori preferiti passarmi davanti in tutto il suo splendore.

Ok, appurato che sono lievemente di parte quando parlo di questo attore californiano, cerchiamo di tornare ad analizzare Jeremy Renner attraverso le pellicole che hanno esaltato le sue incredibili doti di attore. I primi film che mi viene da suggerire a chiunque voglia avvicinarsi e conoscere meglio l’artista che è Renner sono indubbiamente The Hurt Locker (lungometraggio che vi ho già consigliato nel mio post Quando il cinema è Donna) e The Town, film per i quali è stato candidato al premio Oscar. Pellicole drammatiche, ruoli crudi e potenti. Renner sa essere un Vendicatore che lotta per il bene tanto quanto un uomo forte, crudele e terrificante. Ne da prova anche nelle pellicole North Country e in quella che l’ha lanciato nel panorama mondiale Dahmer.

Jeremy Renner sa incutere timore, rispetto e odio per poi passare a ruoli in cui suscita una risata attraverso la sua mimica e le sue battute. È un attore che non si risparmia e partecipa a pellicole in cui la fisicità e le scene d’azione hanno ruoli dominanti – Mission Impossible, Hansel & Gretel: Witch Hunters, S.W.A.T. e altri… Ma sa anche essere un’ottima spalla, come accade nel meraviglioso e suggestivo film, diretto da Denis Villeneuve, Arrival, in cui è un ottimo attore non protagonista, accanto alla sempre bravissima Amy Adams. Con la Adams aveva già collaborato nell’incredibile pellicola American Hustle, film incredibile anche per il ricco cast, che vanta tra i nomi illustri l’immenso Christian Bale.

Renner, in sintesi, passa da ruoli marginali e di supporto a pellicole in cui lui è l’indiscusso protagonista. Ambiguo, spietato, crudele o buono. Jeremy Renner salta con facilità da un ruolo a un altro e attraverso le sue interpretazioni da sempre prova di grande e indiscusso talento.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Dahmer, David Jacobson, 2002
  • The Town, Ben Affleck, 2010
  • American Hustle, David O. Russel, 2013
  • Arrival, Denis Villeneuve, 2016
  • Lo sapete, sono un appassionata del genere: uno qualunque o, meglio ancora tutti, i film della Marvel Cinematic Universe

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Arrival

Il futuro è oggi

Uno dei più grandi filoni cinematografici di sempre è legato al tema del futuro. Scene che ci mostrano una realtà e un mondo in cui le tecnologie si sono sviluppate a tal punto che l’uomo è in grado di piegare quasi tutto al suo volere sono all’ordine del giorno. Quasi sempre però le pellicole che sono state ambientate in un prossimo futuro mostrano un mondo malato, lasciato andare e deteriorato a causa dell’egoismo, dall’ignoranza e dall’inquinamento creato dall’uomo. Questo genere di pellicole portano al loro interno un messaggio importantissimo: bisogna preservare il nostro pianeta terra, dobbiamo averne cura e preoccuparci tanto dell’oggi quanto del domani. Guardando solo avanti, pensando solo al futuro, dimenticandoci di guardarci attorno oggi, di curare chi ha bisogno di aiuto e vive accanto a noi non serve a nulla. Numerosi lungometraggi hanno cercato di trasmettere questo importantissimo messaggio nel corso della storia ma a conti fatti pare che non sia servito a molto. Molte volte abbiamo il grande vizio di sentire ma di non ascoltare, di vedere ma non di guardare. Senza scomodare i grandi nomi – come ad esempio il film cult del 1982 Blade Runner, ambientato in un futuro (nel 2019) distopico o il grande classico di Stanley Kubrick 2001: A Space Odyssey, che ho già citato nel mio primo post (L’occhio del cinema), oggi mi limiterò a menzionare tre film degli ultimi anni che ambientano la loro storia in un futuro non troppo lontano e non troppo distante da noi.

Il primo film di questa breve lista che mi sento di consigliarvi è Downsizing, diretto da Alexander Payne. Confesso che questa pellicola mi ha convinta a metà, credo però che il messaggio che porta con sé sia importantissimo e per questo motivo ve lo consiglio. Senza spoilerarvi nulla (come d’altronde faccio sempre) vi raccomando di guardare questo film concentrandovi di più sul corso degli eventi che influenzano il pianeta terra che sulla storia del protagonista, interpretato da Matt Damon, perché il vero messaggio di questa pellicola arriva da lì.

Downsizing

Le altre due pellicole che aggiungo a questa breve lista, il cui tema potrebbe essere riassunto più o meno così: “attenzione al presente se non volete rovinare il vostro futuro”, hanno colpito maggiormente la mia immaginazione. Uno è un lungometraggio animato del 2008, mentre l’altro è un film de 2013 con protagonista l’adrenalinico Tom Cruise. I due titoli in questione sono, rispettivamente, WALL•E e Oblivion, entrambe le pellicole affrontano, sebbene in modo differente la fragilità del pianeta terra. Il futuro che si prospetta in entrambi i casi è agghiacciane e terrificante, che sia a causa di un invasione aliena con la conseguente battaglia nucleare o dell’eccessivo inquinamento, il risultato non cambia. Sta a voi scegliere come preferite prendervi due ore per considerare come stiamo trattando questo nostro meraviglioso pianeta, se attraverso un lungometraggio animato o un film d’azione.

Oggi ho scelto di consigliare questi tre titoli ma i film che affrontano il delicato ed essenziale tema di come stiamo distruggendo e dando per scontato il nostro pianeta sono numerosi. Tra questi c’è anche l’interessantissimo (e per nulla noioso, fidatevi!) documentario Before the Foold, che ha come voce narrante quella di Leonardo Di Caprio. Ho già consigliato questa pellicola nel mio articolo DocumentiAMOci dedicato al mondo dei documentari per cui non mi dilungherò oltre. Credo che tra una pellicola romantica e una fantasy, una horror e una commedia tutti noi dovremmo considerare l’importanza di ricordarci di quando in quando, attraverso un film, l’importanza della necessità di prenderci cura del nostro prossimo e del pianeta terra.

Nel caso te lo fossi perso…

  • WALL•E, Andrew Stanton, 2008
  • Oblivion, Joseph Kosinski, 2013
  • Downsizing, Alexander Payne, 2017

 

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Oblivion

Downsizing

In memoriam…

… Anthony Minghella

Ho deciso di dedicare un articolo, di quando in quando, nel consueto appuntamento del martedì (Informazioni) a una persona scomparsa nel mondo del cinema e che, attraverso la sua arte, ha contribuito ad arricchirla. Lo farò raramente perché non mi va di intristirvi raccontandovi di morti premature, tuttavia ritengo che sarebbe bello poter ricordare non solo con nostalgia ma anche con un sorriso chi ha donato al mondo così tanto dell’audiovisivo.

Anthony Minghella

Oggi quindi, questo primo articolo dedicato alla memoria di una persona scomparsa troppo presto, lo vorrei dedicare al regista, sceneggiatore, commediografo e produttore britannico Anthony Minghella – morto improvvisamente a soli 54 anni, a causa di complicanze a seguito di un’operazione. Prima di lasciarci questo straordinario artista, nel corso della sua breve carriera, è riuscito a creare dei veri e propri capolavori. Film potenti, toccanti, drammatici, profondi e intensi, dotati di una rara sensibilità e di un’accurata attenzione per il dettaglio e la trama. Siccome non mi voglio dilungare troppo consiglierò solo tre dei film che ha diretto. Ovviamente, come sempre, suggerirò tre titoli che hanno prima di tutto toccato e colpito la mia immaginazione e che hanno parlato al mio cuore.

Due di queste pellicole vedono la collaborazione dell’attore Jude Law, il quale ha lavorato con lui tre volte. Il primo titolo che vorrei suggerire è del 1999 e si intitola The Talented Mr. Ripley, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith. Parzialmente girato in Italia questo film vede la collaborazione di numerosi artisti italiani e vanta un cast internazionale di prim’ordine. Il sopracitato Jude Law, l’affascinante Gwyneth Paltrow, il compianto Philip Seymour Hoffman, un giovanissimo ma interessante Matt Damon e la statuaria Cate Blanchett, giusto per citare i più famosi.  Accompagnato da una colonna sonora degna di nota, il film ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali. Anthony Minghella è riuscito a creare una pellicola che ancora oggi, nonostante abbia visto e rivisto questo lungometraggio, continua ad affascinarmi e a tenermi incollata allo schermo. La trama unica e originale, che ha ispirato numerose riproduzioni cinematografiche e non solo, trova la sua massima espressione in questo film del 1999.

Jude Law torna nuovamente a collaborare con Minghella nel 2003, in un’altra pellicola tratta da un romanzo, questa volta scritto da Charles Frazier. Il film in questione è la drammatica, romantica e potente storia di Cold Mountain, che vede come protagonista femminile, accanto all’attore britannico, la bellissima Nicole Kidman. Anche questo lungometraggio viene riconosciuto a livello internazionale e vanta numerosi premi e candidature. La trama racconta di una storia d’amore che nasce e si sviluppa attorno alla guerra di secessione (1861 – 1865). I personaggi sono ben caratterizzati e perfettamente interpretati, la regia e la fotografia drammatizzano ancora di più il contesto e rendono merito a una storia potente e interessante – narrata da uno scrittore americano che ha la capacità di trasportarti in mezzo agli alberi secolari di Cold Mountain, grazia a una scrittura molto visiva e dettagliata.

L’ultimo film che  mi sento in dovere di suggerire, tra quelli di Anthony Minghella, è il primo che ha diretto tra quelli elencati in questo articolo: The English Patient, del 1996. Anche in questo caso, come in Cold Mountain, si affronta il tema dell’amore ostacolato, della passione, della guerra – ma badate bene, sono molto più di semplici film romantici. Come in The Talented Mr. Ripley c’è la ricerca della verità e una storia che ne cela un’altra. Personalmente trovo che queste tre meravigliose e potenti pellicole di Minghella vadano viste almeno una volta nella vita, sono film che colpiscono gli occhi per andare a toccare l’anima. Purtroppo la vita ci ha portato via troppo presto un regista capace di andare oltre la normale narrazione e di insidiarsi all’interno di una storia, come un personaggio invisibile ma sempre presente. Lui non è più tra noi ma la sua arte e i suoi capolavori renderanno eterno il suo nome e la sua innata abilità a raccontare di uno spaccato di vita, sia esso ambientato nel XIX secolo o nel presente.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The English Patient, Anthony Minghella, 1996
  • The Talented Mr. Ripley, Anthony Minghella, 1999
  • Cold Mountain, Anthony Minghella, 2003

 

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Cold Mountain

La spia che ti sei perso

Se si parla di spionaggio, in quanto genere cinematografico, la maggior parte delle volte il primo titolo a cui si pensa è uno dei tanti dedicati al mitico agente 007, James Bond. Ma il genere dello spionaggio può regalare ben altro al pubblico, esistono film che elevano questo filone cinematografico (come d’altronde hanno già fatto le ultime pellicole dedicate all’agente inglese più famoso di sempre) a un livello superiore. I lungometraggi che si incentrano su una trama spionistica molte volte, o meglio, quasi sempre, appartengono anche al genere del thriller e a quello d’azione. Oggi prenderò in considerazione tre film, degli ultimi anni, che rientrano in questo ben preciso genere, a cavallo cioè tra più filoni cinematografici, e che al contempo regalano qualcosa di inaspettato al pubblico. Tre film di spionaggio che in tre maniere, completamente differenti, donano tre chiavi di lettura per godere di un genere così adrenalinico e affascinante.

Quando la storia è vera

Sembra incredibile, assurdo e impossibile eppure uno dei migliori film che appartengono al genere dello spionaggio, a parer mio, è tratto da una storia vera. Il titolo a cui mi riferisco è del 2015 ed è stato diretto da un maestro del cinema a noi contemporaneo: Steven Spielberg. Bridge of Spies è una meravigliosa storia che racconta dell’arresto, da parte del governo degli Stati Unita d’America, durante la guerra fredda, di una spia russa e dell’avvocato americano, interpretato dal grande Tom Hanks, che lo difende. A questo arresto seguiranno le trattative da parte dei due governi per cercare un accordo che soddisfi entrambe le parti. Il film non è propriamente una storia alla James Bond, fatta di fughe rocambolesche e di improbabili lotte all’ultimo sangue. La storia è già di per sé un vero capolavoro, gli attori sono straordinari – in particolare la spia russa, interpretata da Mark Rylance, il quale ha anche vinto l’Oscar per la sua interpretazione come miglior attore non protagonista, la regia, la fotografia, la colonna sonora fanno il resto ed insieme elevano un film di spionaggio a un vero e proprio capolavoro che non potrete fare a meno di voler rivedere.

Quando l’esagerazione è la chiave di lettura

Nel film Atomic Blonde del 2017 lo stile è assolutamente esagerato. Le lotte, la colonna sonora, tutto è portato all’estremo ma è talmente curato nei minimi dettagli che l’esagerazione diventa la chiave di lettura per questo film esplosivo. Si parte da una spia al femminile, bella da incantare chiunque e da far invidia a chiunque – la protagonista è la meravigliosa Charlize Theron, non serve troppo trucco per renderla così magnetica, ci ha già pensato madre natura a donarle quel fascino che la rende la protagonista perfetta per questo film, tratto da una graphic novel. Dicevamo, protagonista perfetta, bella, letale e inarrestabile. Colonna sonora incredibile, incalzante e adeguata alle scene d’azione. Attori talentuosi, famosi e intelligenti al punto di permettere che tutte le attenzioni cadano sulla magnetica spia. Atomic Blonde è diametralmente opposto al sopracitato film di Spielberg ma non risulta ridicolo perché la drammatizzazione dello spettacolo è talmente elevata e curata che cattura l’attenzione e a tempo di musica – e che musica!, il film procede con un ritmo incessante e coinvolgente.

Quando è tutta una questione di stile

Nello stesso anno in cui esce il film Bridge of Spies, Guy Ritchie dirige la pellicola, tratta dalla serie televisiva andata in onda negli anni Sessanta, da cui prende anche il titolo, The Man from U.N.C.L.E., assoluto capolavoro di stile. Per chi non conoscesse la trama, in questo film due spie, uno appartenete alla CIA e l’altra al KGB si vedono costretti a unire le forze. Il film è ironico e sapientemente diretto, l’eleganza e il glamour degli anni Sessanta è palpabile e godibile attraverso gli abiti, la colonna sonora e grazie al cast: bello, elegante e pungente al punto giusto. I tre protagonisti donano al film non sono delle buone interpretazioni ma regalano agli occhi dello spettatore tre bellezze pure, a partire dalla bravissima attrice svedese Alicia Vikander, fino agli splendidi Henry Cavill e Armie Hammer. Questo film riesce a essere affascinate, magnetico, elegante, divertente e pieno d’azione. Il ritmo della trama non viene piegato o sacrificato a favore delle scene d’azione ma anzi le esalta. Le risate che nascono da alcune situazioni non sono frutto di una parodia ma di una scrittura irriverente e tagliente.

Henry Cavill

A una prima visione The Man from U.N.C.L.E. può risultare la pellicola, tra le tre che vi ho suggerito oggi, meno degna di nota. Credo invece che questi tre film, hanno tutti un loro valore estetico, una loro identità ben precisa e una chiave di lettura interessante e affascinate. Tre film molto diversi tra loro che raccontano una maniera differente di guardare un film di spionaggio, a voi la scelta di quale sia la vostra chiave di lettura preferita.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Bridge of Spies, Steven Spielberg, 2015
  • The Man from U.N.C.L.E., Guy Ritchie, 2015
  • Atomic Blonde, David Leitch, 2017

 

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Atomic Blonde

Legge, verità, giustizia e cinema

Oggi ho deciso di analizzare film che hanno come tratto comune la ricerca della giustizia e della verità, in altre parole che vertono la loro trama attorno a un’aula di tribunale. Pellicole con questo tema lungo la storia del cinema ce ne sono davvero tante, quindi per cercare di iniziare a fare un po’ di chiarezza attorno a questo vastissimo e, a parer mio, interessantissimo argomento possiamo dire che questo genere di film si possono dividere in due grandi gruppi. Nel primo ci sono quelli che usano il tribunale e le sue aule di giustizia come espediente per narrare una storia che si svolge principalmente all’esterno, nel secondo invece ci sono quelli in cui tutto ma proprio tutto serve per portare lo spettatore e la storia verso il gran finale, che vede il suo punto di massima tensione durante l’arringa finale dell’avvocato.

Ricordo, anche questa volta, che inserisco, in questo brevissimo articolo, le pellicole che mi hanno colpita e che sono rimaste nella mia memoria. Appurato ciò  possiamo procedere con il primo gruppo, sopra citato, nel quale ci sono i film che usano l’aula di tribunale come espediente narrativo. Per questo sotto gruppo ho deciso di portare alla vostra attenzione, e quindi di consigliarvi, nel caso ve le foste perse, due pellicole uscite a distanza di sette anni l’una dall’altra. Entrambe vedono un cast degno di nota ed entrambe presentano una trama che solo in apparenza si presenta come un po’ scontata. È proprio questo inizio di storia, che parte quasi in sordina, che permette allo spettatore di decollare verso una narrazione incredibile e avvincente. Il primo film, del 2007, è principalmente un thriller e vede il sempre magnifico e magnetico Anthony Hopkins accanto a un giovane ma pur sempre all’altezza del ruolo Ryan Gosling, affiancato a sua volta dalla bellissima Rosamund Pike. Questo film ha l’unico difetto di aver subito, come purtroppo accade a molte altre pellicole, un drastico cambiamento di titolo per il pubblico italiano: la versione originale è (ed è anche quella che userò io, come faccio sempre per restare fedele alla volontà iniziale della produzione) Fracture, mentre in Italia è uscito con il titolo Il caso Thomas Crawford. Fracture si differenzia con il secondo film, ovvero The Judge, che appartiene a questo primo sotto gruppo, principalmente perché, come dicevo prima, è un thriller e la storia continua a evolversi spostando di volta in volta il punto di vista e le aspettative del pubblico a un livello diverso dal precedente. Il film del 2014, The Judge, vede invece una storia più intima ma allo stesso tempo potente e toccante. Il senso del dovere e della giustizia aleggiano dall’inizio alla fine ma servono solo da pretesto per poter raccontare la storia di una famiglia, che vede Robert Duvall nel ruolo del padre severo e dedito al suo lavoro, il giudice, e Robert Downey Jr., alias Iron Man, nel personaggio del figlio che pur seguendo la tradizione di famiglia decide che la parcella è il vero metro di giudizio che decreta il successo o meno in tribunale. Entrambi i film sono validi, ben scritti e ben diretti, il cast è già una mezza certezza e quindi se vi foste persi queste due pellicole non vi resta che vederle, perché vi assicuro che non vi deluderanno, sia che cerchiate un thriller o un film drammatico e intimo allo stesso tempo.

Il secondo sotto gruppo di film, che è quello che prediligo, che vengono ambientati all’interno di un aula di tribunale hanno, dicevo, la caratteristica di avere una trama che non è altro che un crescendo di tensione, che culmina con l’arringa finale. In questo caso mi sento di consigliarvi due pellicole un pochino più datate, una in particolar modo, ma fidatevi: vi lasceranno senza parole. L’arte del mestiere di avvocato verte sull’abilità dell’uso della parola. Il cinema è un mezzo di comunicazione che utilizza il sonoro a supporto del campo visivo. In pellicole come queste, il sonoro non è solo un supporto ma è un elemento fondamentale e di altissimo impatto. Quando la dialettica è così importante in un lungometraggio accade spesso che i film siano trasposizioni di romanzi e questa è la chiave vincente per un film che vuole colpire il suo pubblico dritto al cuore. Questi film sono tratti da due capolavori e sono magistralmente diretti e interpretati. Mentre una pellicola è potente, poetica (anche grazie al bianco e nero – non storcete il naso, bianco e nero non è affatto sinonimo di film vecchio e noioso, anzi!) ed elegante, l’altra è crudele, drammatica e violenta. La prima è stata rilasciata nel 1962 e oggi come allora mantiene tutto il suo incredibile fascino, la seconda è del 1996 ed è uno di quei film che guardo e riguardo volentieri ogni volta che mi si presenta l’occasione. Il primo film è tratto dal romanzo scritto da Harper Lee e il secondo nasce dalla penna di John Grisham. La prima pellicola ha subito lo stesso trattamento del film precedentemente citato Fracture: è stato privato del titolo originale, a scapito di uno più adeguato, almeno secondo l’opinione di allora, per il pubblico italiano, che lo conosce come Il buio oltre la siepe, quando il titolo originale, sia del romanzo che del film, è To Kill a Mockingbird, che letteralmente significa “uccidere un usignolo”. Il film del 1996, A Time to Kill, diretto da Joel Schumacher è stato tradotto per fortuna letteralmente, per cui il titolo italiano è Il momento di uccidere. Queste due pellicole, sebbene abbiano un fil rouge che li collega non potrebbero essere più diverse, eppure hanno entrambe una storia potente e si concludono con una spettacolare arringa finale, una interpretata da Gregory Peck e l’altra da Matthew McConaughey.

Un tema, due gruppi, quattro pellicole differenti per raccontare la giustizia, la verità, la crudeltà dell’essere umano in quattro modi diametralmente opposti eppure ugualmente potenti e toccanti. A voi la scelta da quale iniziare a rivedere o vedere per la prima volta.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • To Kill a Mockingbird, Robert Mulligan, 1962
  • A Time to Kill, Joel Schumacher, 1996
  • Fracture, Gregory Holbit, 2007
  • The Judge, David Dobkin, 2014

 

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Fracture                                   To Kill a Mockingbird

The Judge

Il film francese che ti sei perso

La Francia ha una storica e consolidata tradizione cinematografica. Nouvelle Vague: Truffaut, Godard sono solo due nomi di un vastissimo gruppo di artisti, di un modo di percepire e fare cinema. Anche volendo sarebbe impossibile, visto l’impronta che ho deciso di dare a questo mio blog, consigliare solo alcune pellicole piuttosto che altre. Quindi ho pensato che si può rendere omaggio a una nazione così vicina al cinema e alla sua storia anche attraverso gli ultimi lavori. Cinema è storia – nasce il 28 dicembre del 1895 – ma è anche e soprattutto presente. Ecco quindi che così come ho fatto per i miei due ultimi articoli incentrati sul mondo della settima arte, Motori, Piloti e Cinema e Western: il genere che non conosce tempo, ho deciso di limitarmi a un periodo di tempo limitato e a noi contemporaneo.

Se associo quindi il concetto di cinema francese alla parola contemporaneo la prima cosa che salta alla mente sono le commedie. I francesi in questi ultimi anni stanno creando delle meravigliose commedie, divertenti, intelligenti e per nulla volgari, a conferma del fatto che per far ridere non serve appoggiarsi su una comicità scontata e di pessimo gusto. Da Intouchables, tradotto in italiano con il titolo Quasi amici, del 2011, in poi la maggior parte del pubblico ha riscoperto un nuovo modo di vedere il cinema francese. Alcuni dei migliori prodotti sono stati addirittura rigirati con attori italiani e ambientati nel nostro bellissimo Paese, mi vengono in mente due titoli su tutti: Benvenuti al Sud, remake di Bienvenue chez les Ch’tis e Il nome del figlio, originariamente intitolato Le Prénom. Li consiglio assolutamente, non riuscirete un solo secondo a smettere di ridere! Quest’ultimo inoltre è basato su una pièce teatrale e come questa pellicola ce ne sono molte altre ispirate a storie portate prima sul palco di un teatro – come per esempio Une heure de tranquillité che narra la storia di un uomo che ha il solo desiderio di ascoltare un prezioso vinile appena acquistato ma che viene continuamente interrotto. Altri due titoli che fanno ridere dall’inizio alla fine del film che mi vengono in mente sono Le Missionaire e Qu’est-ce qu’on a fai au Bon Dieu? tradotti più in italiano con Il Missionario e Non sposate le mie figlie!

Ma se mentre guardate un film avete voglia di ridere a al contempo di trovare un messaggio, una morale per così dire, allora Piccole bugie tra amici, il cui titolo originale è Les petits mouchoirs, è il film che fa per voi. Il cast, che vede al suo interno due premi Oscar, è importante e bravissimo, la storia è ricca di personaggi interessanti e ben definiti, le risate sono assicurate ma non manca nemmeno quel momento di riflessione che stai cercando. La pellicola, uscita nel 2010, è stata scritta e diretta da Guillaume Canet è un film corale potente, toccante, intelligente e sapientemente diretto.

Se invece cercate una pellicola francese che non faccia ridere ma che vi lasci quel senso di malinconia alla fine, che solo certi film sanno regalare allora il titolo che consiglio è Juste la fin du monde, in italiano È solo la fine del mondo. Diretto dal poliedrico regista canadese Xavier Dolan (lo stesso regista della toccante e meravigliosa pellicola Mommy) anche questo film è tratto da una pièce teatrale e vede tra i suoi interpreti numerosi volti famosi del cinema francese e internazionale. Nomi quali Marion Cotillard, Vincent Cassell, Léa Seydoux e Gaspard Ulliel, l’affascinate giovane dottor Hannibal Lecter di Hannibal Rising per intenderci. Se siete interessati a un approfondimento sul personaggio enigmatico, unico e assolutamente magnetico del dottor Lecter allora vi consiglio di andare a leggere un mio precedente post, in cui commento la serie televisiva Hannibal, che tra l’altro è la mia preferita. Digressioni e amori personali a parte – chiedo scusa! – il film di Dolan è un ritratto di una famiglia la cui storia verte sul ritorno del secondogenito, interpretato da Gaspard Ulliel, che deve annunciare ai propri cari che è malato terminale. Decisamente questo film non regala sorrisi o risate ma dona una pausa dal tempo e dallo spazio e per un ora e mezza lo spettatore non può fare a meno di avvicinarsi a questa famiglia, così diversa e allo stesso tempo così simile alla nostra.

Quindi, che voi stiate cercando una risata, una lacrima o entrambe le cose i film francesi degli ultimi anni sapranno regalarveli. A voi la scelta…

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Una commedia, una sola o tutte quante
  • Les petits mouchoirs, Guillaume Canet, 2010
  • Juste la fin du monde, Xavier Dolan, 2016

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Sky Cinema Italia:

Juste la fin du monde

Western: il genere che non conosce tempo

Vecchio. Selvaggio. Ovest. Tre parole per descrivere e per identificare un preciso filone cinematografico. Un genere che è nato con la storia del cinema e che ha visto alla regia nomi importanti. In questo breve articolo non intendo analizzare e consigliare i classici western o i famosi spaghetti-western. Per cui ho pensato fare esattamente come ho fatto nel mio penultimo post, Motori, Piloti e Cinema, e di concentrarmi solo sulla cinematografia degli ultimi quindici anni. Vecchio, Selvaggio, Ovest. Tre parole che bastano a dire tutto, a collocare alla perfezione una storia, un genere e un ben preciso metodo cinematografico. Tre parole per tre film diversi.

Vecchio

Il genere western nasce con l’inizio del cinema. È facile quindi che adesso, quando si vuole proporre un nuovo film che abbia il sapore del western più puro si prenda una trama già esistente. È il caso del film 3:10 to Yuma, del 2007, diretto da James Mangold, remake appunto dell’omonimo film del 1957 diretto da Delmer Daves. Perché un remake di un genere così ben decodificato funzioni c’è bisogno di una trama avvincente (ed è questo il caso), di una regia con la piena consapevolezza di quello che sta facendo (ed è di nuovo questo il caso) e soprattutto di un cast potente, bravo e capace di rappresentare al meglio i propri personaggi, che, in questo film, si trovano in perenne bilico tra il senso del dovere e il loro destino. La lotta contro il tempo e il fato è resa molto bene dalla regia e dalla sceneggiatura – cambiata e modificata lievemente rispetto alla prima pellicola del 1957. La battaglia psicologica invece può solo essere rappresentata se gli attori sono all’altezza del ruolo. In 3:10 to Yuma il cast è perfetto e bravissimo: Christian Bale e Russell Crowe si sostengono a vicenda. I due personaggi, che solo in apparenza sono diametralmente opposti, si avvicinano man mano che il film scorre e più la trama procede più i due esplorano (e riescono a mostrare al pubblico) i propri sentimenti. James Mangold nel 20007 riesce a creare un prodotto che è all’altezza del nome che porta e questo western moderno è perfettamente fruibile e interessante.

Selvaggio

Nello stesso anno esce un altro film potente, interessante e decisamente western: The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford. Questa volta la pellicola è tratta da l’omonimo romanzo e, come dice il titolo stesso, si concentra sull’omicidio del famosissimo fuorilegge Jesse James, per l’occasione interpretato da Brad Pitt. Questo film è bello per molti motivi: per il cast, la trama, la regia, la colonna sonora ma soprattutto – sia ben chiaro, come sempre il giudizio è assolutamente personale, per la fotografia. Il direttore della fotografia Roger Deakins crea un film stupendo, producendo delle immagini che sembrano dei dipinti. La luce naturale in alcune scene pare che voglia uscire dallo schermo per arrivare direttamente ai nostri occhi. Lo spettatore prova la sensazione di essere lì, con una banda di fuorilegge per via dei toni caldi, invitanti e assolutamente magici. Insomma, questo film del 2007 è un western da guardare e riguardare perché in una prima visione a coinvolgerci può essere la storia – chi non è affascinato dal leggendario Jesse James? Mentre in una seconda e una terza può essere la luce, la bravura del cast o altro ancora.

western

Ovest

E se un film non è ambientato a cavallo tra la metà e la fine del XIX secolo e non è nemmeno collocato nell’ovest degli Stati Uniti d’America si può definire western? Credo che ci siano dei casi in cui, quando la trama, i personaggi e la narrazione vengono sviluppati in un certo modo, allora si possa definire western comunque. Nel film Blackway, intitolato come il libro da cui è tratto, Go with me, prima di essere distribuito, del 2015 accade questo. La storia è ambientata infatti nel nostro presente, tuttavia i personaggi cercano un tipo di giustizia che ricorda molto quella del classico western, quella giustizia personale, mista a sete di vendetta, che solo dei personaggi marginali e impensabili possono cercare. Questo film, che vede un cast ricco – tra i nomi illustri spicca quello di Sir Anthony Hopkins, non è certamente all’altezza dei due film che ho citato prima ma è interessante perché dimostra che anche in epoca moderna si può parlare di western. I cavalli spariscono per lasciare posto a un grande pick-up, mentre il caro selvaggio sconfinato ovest viene sostituito da una fredda e gelida cittadina situata ai confini di una foresta, eppure rimane quel senso di dovere contrapposto ai limiti della legge. Il desiderio personale di rivincita da parte dei tre outsider sovrasta e si contrappone al buon senso. Probabilmente questo film pretende troppo senza riuscire a mantenere le promesse iniziali, eppure in qualche modo mantiene fede al filone del genere western.

Vecchio selvaggio ovest. Tre parole per un genere, tre definizioni che possono essere rimaneggiate e ricodificate pure mantenendo lo stesso indiscutibile fascino che avevano quando agli albori del cinema venivano usate per la prima volta. Aggiungerei una parola allora alla definizione per eccellenza: Vecchio, Selvaggio, Intramontabile, Ovest.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The Assassination of Jasse James by the Coward Robert Ford, Andrew Dominik, 2007
  • 3:10 to Yuma, James Mangold, 2007
  • Blackway, Daniel Alfredson, 2015

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

Sky Cinema Italia:                                           Netflix:

The Assassination…                           3:10 to Yuma                               

Blackway

Il terrore è di Casa

La casa è sinonimo di protezione, di famiglia e di unità. A volte questo simbolo però può essere completamente stravolto e una casa può diventare il luogo da cui non si ha via d’uscita, una prigione, una condanna. Il posto che per eccellenza che ci offre una protezione e un tetto si trasforma in un vero incubo. Case abbandonate nel bosco, isolate da tutto e tutti sono degli ottimi espedienti narrativi per i film horror in cui ambientare una storia di terrore.

La confortevole casa in alcuni film si trasforma in un elemento di claustrofobia pura. A volte questo senso di oppressione e di terrore può essere conferito dall’impossibilità del protagonista di uscire. La minaccia che impedisce al personaggio principale di scappare può essere interna o esterna. Nei film Hush e Panic Room, rispettivamente del 1998 e del 2002, l’elemento di terrore che si insinua tra le protagoniste e la loro desiderata felicità è interna. Il primo lungometraggio tratta di una giovane donna di nome Helen, interpretata da Gwyneth Paltrow, costretta ad affrontare all’interno della tenuta del marito la minaccia peggiore: una suocera estremamente gelosa e possessiva. Quello che sembra una normale signora, premurosa e amorevole, resa da una fantastica Jessica Lange, diventa, man mano che la pellicola prosegue, una persona cattiva che nasconde molti segreti e che non vuole condividere il suo unico figlio con un’altra donna. Lo spazio che delimita la paura e il senso di oppressione della protagonista è quindi ampio, poiché il neo marito è un uomo estremamente ricco. Ma per quanto grande sia la casa e il territorio che la circonda non è abbastanza per evitare alla giovane Helen di sentirsi braccata, circondata e terrorizzata.

Più lo spazio si restringe più il senso di claustrofobia è evidente. Nel secondo film precedentemente citato, diretto da David Fincher, l’oppressione è palese e il terrore è maggiore. Non è più una finta madre amorevole la minaccia ma una banda di criminali che irrompe nella casa appena acquistata dalla protagonista, interpretata da Jodie Foster. Personalmente trovo più inquietanti i film in cui le minacce sono sottili e meno evidenti, in cui il protagonista non riesce a capire se la mente gli sta giocando un brutto scherzo o se il senso di fastidio che prova sia reale e minaccioso. Appurato quali sono i miei gusti è forse corretto dire che, quale che sia la minaccia, quando due giovani donne sono minacciate da personaggi all’interno della propria casa il terrore e il senso di panico è assicurato.

Guillermo del Toro

Ma se la minaccia non è una persona all’interno ma è la casa stessa a trasmettere quel senso di panico e terrore?  Nel visionario film del 2015, diretto da Guillermo del Toro, Crimson Peak la casa è essa stessa parte integrante della paura che attanaglia la giovane protagonista. La villa è il luogo pulsante attraverso il quale le paure, i segreti e le atrocità vengono a galla pur restando perennemente nascosti agli occhi del mondo. Esattamente come accade nel film Mother! di Darren Aronofsky il luogo in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro nasconde un proprio segreto. Nel lungometraggio del regista americano temo che il risultato finale non sia altrettanto efficace come nel caso del collega messicano. Se del Toro riesce a rendere alla perfezione una storia del terrore che si incrocia con un destino di una famiglia e trasmette costantemente un senso di panico e curiosità, Aronofsky in questo caso non riesce nel suo intento. Se da una parte il film Mother! ha la chiara volontà di far passare un preciso e ben definito messaggio (a mio avviso troppo criptico e per questo il risultato finale non è all’altezza delle aspettative iniziali e risulta essere addirittura grottesco), dall’altra c’è il prodotto del regista messicano. Crimson Peak riesce nel suo intento alla perfezione: panico, terrore e curiosità viaggiano a braccetto e conducono la giovane protagonista Edith, interpretata da Mia Wasikowska, verso un percorso unico e incredibile. Gli affascinati compagni di viaggio di Edith sono tanto enigmatici quanto seducenti – a tal proposito, consiglio di vedere quest’ultimo film in lingua originale per godere della sensuale e perfetta voce del co-protagonista, interpretato dal britannico Tom Hiddleston.

La casa dunque, dovrebbe essere accogliente e sicura, quasi come un grembo materno, eppure in molte pellicole si trasforma in una gabbia, alle volte in una dorata e luccicante, altre volte in una piccola e claustrofobica. Che la minaccia sia esterna, interna o la casa stessa sia fonte di pericolo poco importa, l’elemento essenziale in questi lungometraggi è che lo stravolgimento delle certezze aiuta a creare un senso di panico. Siete quindi pronti a vedere, nel caso ve lo foste perso, uno o più di questi film, comodamente seduti sul vostro divano, da soli, all’interno della vostra comoda e accogliente casa?

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Hush, Jonathan Darby, 1998
  • Panic Room, David Fincher, 2002
  • Crimson Peak, Guillermo del Toro, 2015
  • Mother!, Darren Aronofsky, 2017

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

Crimson Peak                               Mother!