Legge, verità, giustizia e cinema

Oggi ho deciso di analizzare film che hanno come tratto comune la ricerca della giustizia e della verità, in altre parole che vertono la loro trama attorno a un’aula di tribunale. Pellicole con questo tema lungo la storia del cinema ce ne sono davvero tante, quindi per cercare di iniziare a fare un po’ di chiarezza attorno a questo vastissimo e, a parer mio, interessantissimo argomento possiamo dire che questo genere di film si possono dividere in due grandi gruppi. Nel primo ci sono quelli che usano il tribunale e le sue aule di giustizia come espediente per narrare una storia che si svolge principalmente all’esterno, nel secondo invece ci sono quelli in cui tutto ma proprio tutto serve per portare lo spettatore e la storia verso il gran finale, che vede il suo punto di massima tensione durante l’arringa finale dell’avvocato.

Ricordo, anche questa volta, che inserisco, in questo brevissimo articolo, le pellicole che mi hanno colpita e che sono rimaste nella mia memoria. Appurato ciò  possiamo procedere con il primo gruppo, sopra citato, nel quale ci sono i film che usano l’aula di tribunale come espediente narrativo. Per questo sotto gruppo ho deciso di portare alla vostra attenzione, e quindi di consigliarvi, nel caso ve le foste perse, due pellicole uscite a distanza di sette anni l’una dall’altra. Entrambe vedono un cast degno di nota ed entrambe presentano una trama che solo in apparenza si presenta come un po’ scontata. È proprio questo inizio di storia, che parte quasi in sordina, che permette allo spettatore di decollare verso una narrazione incredibile e avvincente. Il primo film, del 2007, è principalmente un thriller e vede il sempre magnifico e magnetico Anthony Hopkins accanto a un giovane ma pur sempre all’altezza del ruolo Ryan Gosling, affiancato a sua volta dalla bellissima Rosamund Pike. Questo film ha l’unico difetto di aver subito, come purtroppo accade a molte altre pellicole, un drastico cambiamento di titolo per il pubblico italiano: la versione originale è (ed è anche quella che userò io, come faccio sempre per restare fedele alla volontà iniziale della produzione) Fracture, mentre in Italia è uscito con il titolo Il caso Thomas Crawford. Fracture si differenzia con il secondo film, ovvero The Judge, che appartiene a questo primo sotto gruppo, principalmente perché, come dicevo prima, è un thriller e la storia continua a evolversi spostando di volta in volta il punto di vista e le aspettative del pubblico a un livello diverso dal precedente. Il film del 2014, The Judge, vede invece una storia più intima ma allo stesso tempo potente e toccante. Il senso del dovere e della giustizia aleggiano dall’inizio alla fine ma servono solo da pretesto per poter raccontare la storia di una famiglia, che vede Robert Duvall nel ruolo del padre severo e dedito al suo lavoro, il giudice, e Robert Downey Jr., alias Iron Man, nel personaggio del figlio che pur seguendo la tradizione di famiglia decide che la parcella è il vero metro di giudizio che decreta il successo o meno in tribunale. Entrambi i film sono validi, ben scritti e ben diretti, il cast è già una mezza certezza e quindi se vi foste persi queste due pellicole non vi resta che vederle, perché vi assicuro che non vi deluderanno, sia che cerchiate un thriller o un film drammatico e intimo allo stesso tempo.

Il secondo sotto gruppo di film, che è quello che prediligo, che vengono ambientati all’interno di un aula di tribunale hanno, dicevo, la caratteristica di avere una trama che non è altro che un crescendo di tensione, che culmina con l’arringa finale. In questo caso mi sento di consigliarvi due pellicole un pochino più datate, una in particolar modo, ma fidatevi: vi lasceranno senza parole. L’arte del mestiere di avvocato verte sull’abilità dell’uso della parola. Il cinema è un mezzo di comunicazione che utilizza il sonoro a supporto del campo visivo. In pellicole come queste, il sonoro non è solo un supporto ma è un elemento fondamentale e di altissimo impatto. Quando la dialettica è così importante in un lungometraggio accade spesso che i film siano trasposizioni di romanzi e questa è la chiave vincente per un film che vuole colpire il suo pubblico dritto al cuore. Questi film sono tratti da due capolavori e sono magistralmente diretti e interpretati. Mentre una pellicola è potente, poetica (anche grazie al bianco e nero – non storcete il naso, bianco e nero non è affatto sinonimo di film vecchio e noioso, anzi!) ed elegante, l’altra è crudele, drammatica e violenta. La prima è stata rilasciata nel 1962 e oggi come allora mantiene tutto il suo incredibile fascino, la seconda è del 1996 ed è uno di quei film che guardo e riguardo volentieri ogni volta che mi si presenta l’occasione. Il primo film è tratto dal romanzo scritto da Harper Lee e il secondo nasce dalla penna di John Grisham. La prima pellicola ha subito lo stesso trattamento del film precedentemente citato Fracture: è stato privato del titolo originale, a scapito di uno più adeguato, almeno secondo l’opinione di allora, per il pubblico italiano, che lo conosce come Il buio oltre la siepe, quando il titolo originale, sia del romanzo che del film, è To Kill a Mockingbird, che letteralmente significa “uccidere un usignolo”. Il film del 1996, A Time to Kill, diretto da Joel Schumacher è stato tradotto per fortuna letteralmente, per cui il titolo italiano è Il momento di uccidere. Queste due pellicole, sebbene abbiano un fil rouge che li collega non potrebbero essere più diverse, eppure hanno entrambe una storia potente e si concludono con una spettacolare arringa finale, una interpretata da Gregory Peck e l’altra da Matthew McConaughey.

Un tema, due gruppi, quattro pellicole differenti per raccontare la giustizia, la verità, la crudeltà dell’essere umano in quattro modi diametralmente opposti eppure ugualmente potenti e toccanti. A voi la scelta da quale iniziare a rivedere o vedere per la prima volta.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • To Kill a Mockingbird, Robert Mulligan, 1962
  • A Time to Kill, Joel Schumacher, 1996
  • Fracture, Gregory Holbit, 2007
  • The Judge, David Dobkin, 2014

 

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Fracture                                   To Kill a Mockingbird

The Judge

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Il film francese che ti sei perso

La Francia ha una storica e consolidata tradizione cinematografica. Nouvelle Vague: Truffaut, Godard sono solo due nomi di un vastissimo gruppo di artisti, di un modo di percepire e fare cinema. Anche volendo sarebbe impossibile, visto l’impronta che ho deciso di dare a questo mio blog, consigliare solo alcune pellicole piuttosto che altre. Quindi ho pensato che si può rendere omaggio a una nazione così vicina al cinema e alla sua storia anche attraverso gli ultimi lavori. Cinema è storia – nasce il 28 dicembre del 1895 – ma è anche e soprattutto presente. Ecco quindi che così come ho fatto per i miei due ultimi articoli incentrati sul mondo della settima arte, Motori, Piloti e Cinema e Western: il genere che non conosce tempo, ho deciso di limitarmi a un periodo di tempo limitato e a noi contemporaneo.

Se associo quindi il concetto di cinema francese alla parola contemporaneo la prima cosa che salta alla mente sono le commedie. I francesi in questi ultimi anni stanno creando delle meravigliose commedie, divertenti, intelligenti e per nulla volgari, a conferma del fatto che per far ridere non serve appoggiarsi su una comicità scontata e di pessimo gusto. Da Intouchables, tradotto in italiano con il titolo Quasi amici, del 2011, in poi la maggior parte del pubblico ha riscoperto un nuovo modo di vedere il cinema francese. Alcuni dei migliori prodotti sono stati addirittura rigirati con attori italiani e ambientati nel nostro bellissimo Paese, mi vengono in mente due titoli su tutti: Benvenuti al Sud, remake di Bienvenue chez les Ch’tis e Il nome del figlio, originariamente intitolato Le Prénom. Li consiglio assolutamente, non riuscirete un solo secondo a smettere di ridere! Quest’ultimo inoltre è basato su una pièce teatrale e come questa pellicola ce ne sono molte altre ispirate a storie portate prima sul palco di un teatro – come per esempio Une heure de tranquillité che narra la storia di un uomo che ha il solo desiderio di ascoltare un prezioso vinile appena acquistato ma che viene continuamente interrotto. Altri due titoli che fanno ridere dall’inizio alla fine del film che mi vengono in mente sono Le Missionaire e Qu’est-ce qu’on a fai au Bon Dieu? tradotti più in italiano con Il Missionario e Non sposate le mie figlie!

Ma se mentre guardate un film avete voglia di ridere a al contempo di trovare un messaggio, una morale per così dire, allora Piccole bugie tra amici, il cui titolo originale è Les petits mouchoirs, è il film che fa per voi. Il cast, che vede al suo interno due premi Oscar, è importante e bravissimo, la storia è ricca di personaggi interessanti e ben definiti, le risate sono assicurate ma non manca nemmeno quel momento di riflessione che stai cercando. La pellicola, uscita nel 2010, è stata scritta e diretta da Guillaume Canet è un film corale potente, toccante, intelligente e sapientemente diretto.

Se invece cercate una pellicola francese che non faccia ridere ma che vi lasci quel senso di malinconia alla fine, che solo certi film sanno regalare allora il titolo che consiglio è Juste la fin du monde, in italiano È solo la fine del mondo. Diretto dal poliedrico regista canadese Xavier Dolan (lo stesso regista della toccante e meravigliosa pellicola Mommy) anche questo film è tratto da una pièce teatrale e vede tra i suoi interpreti numerosi volti famosi del cinema francese e internazionale. Nomi quali Marion Cotillard, Vincent Cassell, Léa Seydoux e Gaspard Ulliel, l’affascinate giovane dottor Hannibal Lecter di Hannibal Rising per intenderci. Se siete interessati a un approfondimento sul personaggio enigmatico, unico e assolutamente magnetico del dottor Lecter allora vi consiglio di andare a leggere un mio precedente post, in cui commento la serie televisiva Hannibal, che tra l’altro è la mia preferita. Digressioni e amori personali a parte – chiedo scusa! – il film di Dolan è un ritratto di una famiglia la cui storia verte sul ritorno del secondogenito, interpretato da Gaspard Ulliel, che deve annunciare ai propri cari che è malato terminale. Decisamente questo film non regala sorrisi o risate ma dona una pausa dal tempo e dallo spazio e per un ora e mezza lo spettatore non può fare a meno di avvicinarsi a questa famiglia, così diversa e allo stesso tempo così simile alla nostra.

Quindi, che voi stiate cercando una risata, una lacrima o entrambe le cose i film francesi degli ultimi anni sapranno regalarveli. A voi la scelta…

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Una commedia, una sola o tutte quante
  • Les petits mouchoirs, Guillaume Canet, 2010
  • Juste la fin du monde, Xavier Dolan, 2016

 

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Juste la fin du monde

Western: il genere che non conosce tempo

Vecchio. Selvaggio. Ovest. Tre parole per descrivere e per identificare un preciso filone cinematografico. Un genere che è nato con la storia del cinema e che ha visto alla regia nomi importanti. In questo breve articolo non intendo analizzare e consigliare i classici western o i famosi spaghetti-western. Per cui ho pensato fare esattamente come ho fatto nel mio penultimo post, Motori, Piloti e Cinema, e di concentrarmi solo sulla cinematografia degli ultimi quindici anni. Vecchio, Selvaggio, Ovest. Tre parole che bastano a dire tutto, a collocare alla perfezione una storia, un genere e un ben preciso metodo cinematografico. Tre parole per tre film diversi.

Vecchio

Il genere western nasce con l’inizio del cinema. È facile quindi che adesso, quando si vuole proporre un nuovo film che abbia il sapore del western più puro si prenda una trama già esistente. È il caso del film 3:10 to Yuma, del 2007, diretto da James Mangold, remake appunto dell’omonimo film del 1957 diretto da Delmer Daves. Perché un remake di un genere così ben decodificato funzioni c’è bisogno di una trama avvincente (ed è questo il caso), di una regia con la piena consapevolezza di quello che sta facendo (ed è di nuovo questo il caso) e soprattutto di un cast potente, bravo e capace di rappresentare al meglio i propri personaggi, che, in questo film, si trovano in perenne bilico tra il senso del dovere e il loro destino. La lotta contro il tempo e il fato è resa molto bene dalla regia e dalla sceneggiatura – cambiata e modificata lievemente rispetto alla prima pellicola del 1957. La battaglia psicologica invece può solo essere rappresentata se gli attori sono all’altezza del ruolo. In 3:10 to Yuma il cast è perfetto e bravissimo: Christian Bale e Russell Crowe si sostengono a vicenda. I due personaggi, che solo in apparenza sono diametralmente opposti, si avvicinano man mano che il film scorre e più la trama procede più i due esplorano (e riescono a mostrare al pubblico) i propri sentimenti. James Mangold nel 20007 riesce a creare un prodotto che è all’altezza del nome che porta e questo western moderno è perfettamente fruibile e interessante.

Selvaggio

Nello stesso anno esce un altro film potente, interessante e decisamente western: The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford. Questa volta la pellicola è tratta da l’omonimo romanzo e, come dice il titolo stesso, si concentra sull’omicidio del famosissimo fuorilegge Jesse James, per l’occasione interpretato da Brad Pitt. Questo film è bello per molti motivi: per il cast, la trama, la regia, la colonna sonora ma soprattutto – sia ben chiaro, come sempre il giudizio è assolutamente personale, per la fotografia. Il direttore della fotografia Roger Deakins crea un film stupendo, producendo delle immagini che sembrano dei dipinti. La luce naturale in alcune scene pare che voglia uscire dallo schermo per arrivare direttamente ai nostri occhi. Lo spettatore prova la sensazione di essere lì, con una banda di fuorilegge per via dei toni caldi, invitanti e assolutamente magici. Insomma, questo film del 2007 è un western da guardare e riguardare perché in una prima visione a coinvolgerci può essere la storia – chi non è affascinato dal leggendario Jesse James? Mentre in una seconda e una terza può essere la luce, la bravura del cast o altro ancora.

western

Ovest

E se un film non è ambientato a cavallo tra la metà e la fine del XIX secolo e non è nemmeno collocato nell’ovest degli Stati Uniti d’America si può definire western? Credo che ci siano dei casi in cui, quando la trama, i personaggi e la narrazione vengono sviluppati in un certo modo, allora si possa definire western comunque. Nel film Blackway, intitolato come il libro da cui è tratto, Go with me, prima di essere distribuito, del 2015 accade questo. La storia è ambientata infatti nel nostro presente, tuttavia i personaggi cercano un tipo di giustizia che ricorda molto quella del classico western, quella giustizia personale, mista a sete di vendetta, che solo dei personaggi marginali e impensabili possono cercare. Questo film, che vede un cast ricco – tra i nomi illustri spicca quello di Sir Anthony Hopkins, non è certamente all’altezza dei due film che ho citato prima ma è interessante perché dimostra che anche in epoca moderna si può parlare di western. I cavalli spariscono per lasciare posto a un grande pick-up, mentre il caro selvaggio sconfinato ovest viene sostituito da una fredda e gelida cittadina situata ai confini di una foresta, eppure rimane quel senso di dovere contrapposto ai limiti della legge. Il desiderio personale di rivincita da parte dei tre outsider sovrasta e si contrappone al buon senso. Probabilmente questo film pretende troppo senza riuscire a mantenere le promesse iniziali, eppure in qualche modo mantiene fede al filone del genere western.

Vecchio selvaggio ovest. Tre parole per un genere, tre definizioni che possono essere rimaneggiate e ricodificate pure mantenendo lo stesso indiscutibile fascino che avevano quando agli albori del cinema venivano usate per la prima volta. Aggiungerei una parola allora alla definizione per eccellenza: Vecchio, Selvaggio, Intramontabile, Ovest.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The Assassination of Jasse James by the Coward Robert Ford, Andrew Dominik, 2007
  • 3:10 to Yuma, James Mangold, 2007
  • Blackway, Daniel Alfredson, 2015

 

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The Assassination…                           3:10 to Yuma                               

Blackway

Il terrore è di Casa

La casa è sinonimo di protezione, di famiglia e di unità. A volte questo simbolo però può essere completamente stravolto e una casa può diventare il luogo da cui non si ha via d’uscita, una prigione, una condanna. Il posto che per eccellenza che ci offre una protezione e un tetto si trasforma in un vero incubo. Case abbandonate nel bosco, isolate da tutto e tutti sono degli ottimi espedienti narrativi per i film horror in cui ambientare una storia di terrore.

La confortevole casa in alcuni film si trasforma in un elemento di claustrofobia pura. A volte questo senso di oppressione e di terrore può essere conferito dall’impossibilità del protagonista di uscire. La minaccia che impedisce al personaggio principale di scappare può essere interna o esterna. Nei film Hush e Panic Room, rispettivamente del 1998 e del 2002, l’elemento di terrore che si insinua tra le protagoniste e la loro desiderata felicità è interna. Il primo lungometraggio tratta di una giovane donna di nome Helen, interpretata da Gwyneth Paltrow, costretta ad affrontare all’interno della tenuta del marito la minaccia peggiore: una suocera estremamente gelosa e possessiva. Quello che sembra una normale signora, premurosa e amorevole, resa da una fantastica Jessica Lange, diventa, man mano che la pellicola prosegue, una persona cattiva che nasconde molti segreti e che non vuole condividere il suo unico figlio con un’altra donna. Lo spazio che delimita la paura e il senso di oppressione della protagonista è quindi ampio, poiché il neo marito è un uomo estremamente ricco. Ma per quanto grande sia la casa e il territorio che la circonda non è abbastanza per evitare alla giovane Helen di sentirsi braccata, circondata e terrorizzata.

Più lo spazio si restringe più il senso di claustrofobia è evidente. Nel secondo film precedentemente citato, diretto da David Fincher, l’oppressione è palese e il terrore è maggiore. Non è più una finta madre amorevole la minaccia ma una banda di criminali che irrompe nella casa appena acquistata dalla protagonista, interpretata da Jodie Foster. Personalmente trovo più inquietanti i film in cui le minacce sono sottili e meno evidenti, in cui il protagonista non riesce a capire se la mente gli sta giocando un brutto scherzo o se il senso di fastidio che prova sia reale e minaccioso. Appurato quali sono i miei gusti è forse corretto dire che, quale che sia la minaccia, quando due giovani donne sono minacciate da personaggi all’interno della propria casa il terrore e il senso di panico è assicurato.

Guillermo del Toro

Ma se la minaccia non è una persona all’interno ma è la casa stessa a trasmettere quel senso di panico e terrore?  Nel visionario film del 2015, diretto da Guillermo del Toro, Crimson Peak la casa è essa stessa parte integrante della paura che attanaglia la giovane protagonista. La villa è il luogo pulsante attraverso il quale le paure, i segreti e le atrocità vengono a galla pur restando perennemente nascosti agli occhi del mondo. Esattamente come accade nel film Mother! di Darren Aronofsky il luogo in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro nasconde un proprio segreto. Nel lungometraggio del regista americano temo che il risultato finale non sia altrettanto efficace come nel caso del collega messicano. Se del Toro riesce a rendere alla perfezione una storia del terrore che si incrocia con un destino di una famiglia e trasmette costantemente un senso di panico e curiosità, Aronofsky in questo caso non riesce nel suo intento. Se da una parte il film Mother! ha la chiara volontà di far passare un preciso e ben definito messaggio (a mio avviso troppo criptico e per questo il risultato finale non è all’altezza delle aspettative iniziali e risulta essere addirittura grottesco), dall’altra c’è il prodotto del regista messicano. Crimson Peak riesce nel suo intento alla perfezione: panico, terrore e curiosità viaggiano a braccetto e conducono la giovane protagonista Edith, interpretata da Mia Wasikowska, verso un percorso unico e incredibile. Gli affascinati compagni di viaggio di Edith sono tanto enigmatici quanto seducenti – a tal proposito, consiglio di vedere quest’ultimo film in lingua originale per godere della sensuale e perfetta voce del co-protagonista, interpretato dal britannico Tom Hiddleston.

La casa dunque, dovrebbe essere accogliente e sicura, quasi come un grembo materno, eppure in molte pellicole si trasforma in una gabbia, alle volte in una dorata e luccicante, altre volte in una piccola e claustrofobica. Che la minaccia sia esterna, interna o la casa stessa sia fonte di pericolo poco importa, l’elemento essenziale in questi lungometraggi è che lo stravolgimento delle certezze aiuta a creare un senso di panico. Siete quindi pronti a vedere, nel caso ve lo foste perso, uno o più di questi film, comodamente seduti sul vostro divano, da soli, all’interno della vostra comoda e accogliente casa?

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Hush, Jonathan Darby, 1998
  • Panic Room, David Fincher, 2002
  • Crimson Peak, Guillermo del Toro, 2015
  • Mother!, Darren Aronofsky, 2017

 

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Il labirinto della mente

Ci sono film in cui l’intera narrazione è forviante. Lo spettatore pensa una cosa ma il regista in realtà ne mostra un’altra. In un precedente articolo del mio blog (3 atti, un inganno) ho affrontato questo tema attraverso una serie di titoli. Lungometraggi dotati di questo dono dell’ambiguità, del vedo ma non guardo, sono, come già detto, innumerevoli, ma alcuni di essi appartengono a un sottogruppo ancora più ristretto e ben definito: la mente umana. In alcune pellicole l’occhio dello spettatore fa un viaggio all’interno della psiche del protagonista – la maggior parte dei film seguono le vicende di uno o più personaggi, mentre qui si sta parlando di un inseguimento più inconscio e profondo. La mente del protagonista guida lo spettatore dentro un labirinto, dal quale non esiste via d’uscita se non alla fine della narrazione. A fine visione ci si rende conto che se avessimo guardato, osservato attentamente, avremmo colto e interpretato quelli che ci sembravano inutili dettagli come elementi fondamentali della narrazione.

Esistono casi di film in cui, già attraverso un trailer sappiamo in cosa andremo a imbatterci. È il caso del film del 2000, American Psycho. In questo caso il titolo stesso è una guida, un avvertimento del labirinto dentro il quale ci stiamo per inoltrare. La storia è ispirata all’omonimo romanzo scritto da Bret Easton Ellis, in cui si racconta della vita di Patrick Bateman, interpretato da un intenso Christian Bale – giovane uomo, mentalmente disturbato, di Wall Street, nell’America degli anni Ottanta, che in apparenza possiede tutto quello che desidera. Il film accompagna in una progressiva discesa verso l’abisso lo spettatore che osserva inerte, sconcertato, a tratti anche affascinato, Patrick e la sua spirale di auto distruzione che lo porterà alla disfatta finale, fisica e soprattutto mentale.

American Psycho_Christian Bale

Il viaggio che lo spettatore può compiere all’interno del labirinto della mente del protagonista non è sempre così chiaro fin dalla comparsa del titolo sullo schermo, a volte è molto più enigmatica e oscura. Nei film Shutter Island e Fight Club, rispettivamente diretti di Martin Scorsese e David Fincher il passaggio verso l’oscurità e gli abissi della mente è più sottile eppure altrettanto efficace. Entrambe le pellicole sono tratte da romanzi e affrontano due realtà ben distinte, i protagonisti sono diversi così come differente è il luogo in cui si svolge la narrazione, i personaggi principali e secondari non sono affatto paragonabili, così come le due storie. Eppure, entrambe le pellicole hanno in comune la voglia, da parte del regista, di inabissare lo spettatore all’interno di una storia impensabile all’inizio. Il viaggio che compiamo è forte, magnetico forse a tratti anche disturbante ma assolutamente necessario per arrivare alla conclusione e scoprire con immenso stupore che stavamo guardando ma non osservando. La mente umana non è sempre oscura e lastricata di ostacoli che impediscono alla luce di penetrare ma certamente a livello filmico le menti malate, disturbate sono un espediente magnifico e magnetico, tanto per il regista quanto per lo spettatore.

Christian Bale, Leonardo DiCaprio ed Edward Norton sono i protagonisti che ci guidano all’interno di un percorso unico e affascinante, sempre differente e ugualmente sorprendente. La regista Mary Harron e i suoi colleghi precedentemente citati ci permettono di godere di un viaggio all’interno della mente umana, non di una qualunque, bensì di una deviata, problematica ma affascinate al punto di incollarci davanti allo schermo, perché la verità è che per quanto cruento sia ciò che stiamo guardando, non siamo più in grado di distogliere il nostro sguardo.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Fight Club, David Fincher, 1999
  • American Psycho, Mary Harron, 2000
  • Shutter Island, Martin Scorsese, 2010

 

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Shutter Island

Piano sequenza, ovvero l’illusione di essere dentro al film

La magia del prodotto filmico è creata da vari elementi amalgamati tra loro: regia, scenografia, recitazione, sceneggiatura e tante altre cose. Uno di questi elementi essenziali alla riuscita del film è il montaggio, il quale permette di attribuire uno specifico linguaggio e donare ritmicità alla narrazione. Detta in parole estremamente semplici il montaggio equivale a una sorta di momento di découpage in cui si tagliano e si incollano le inquadrature precedentemente filmate. Quando un regista gira un film può decidere di creare una scena in cui non si ha bisogno di tagli finali, questo caso è detto piano sequenza. Si ha un piano sequenza quando c’è una totale continuità tra lo spazio e il tempo della narrazione. Ai giorni nostri a volte questa tecnica è utilizzata come mero sfoggio registico, ma inizialmente era utilizzata soprattutto per creare questo senso di continuità, che permetteva al regista di concedere allo spettatore la più totale illusione di essere immerso all’interno della storia. Effettivamente se ci pensiamo il piano sequenza (una scena priva di tagli quindi) aiuta chi sta guardando ad avere la sensazione di essere all’interno della scena, come se vivesse in prima persona la storia e guardasse, attraverso lo spostamento del proprio corpo e della propria testa, l’evento.

Negli ultimi anni ci sono stati alcuni esempi di piani sequenza interessanti, in fondo attraverso questa scelta registica si possono narrare momenti differenti. Si può giocare con la telecamera così come con lo spettatore, oppure si può narrare un momento estremamente crudo e dare maggiore risalto all’accaduto. Quest’ultimo è il caso del film Atonement di Joe Wrigth, del 2007, in cui il regista sceglie di narrare il difficile momento dell’evacuazione di Dunkerque. In un piano sequenza spettacolare, lungo e magistralmente diretto, Joe Wright riesce a raccontare la potenza della devastazione della spiaggia al confine tra Belgio e Francia. In questa scena, lunga quasi cinque minuti, lo spettatore si perde all’interno della narrazione, entra in totale empatia con la drammaticità della scena e forse, ad una prima visione, nemmeno si accorge della meravigliosa e difficile scelta registica. James McAvoy, che interpreta il soldato Robbie Turner, guida la telecamera, la quale a sua volta guida l’occhio dello spettatore attraverso un racconto potente, toccante, profondo e spettacolare.

Esistono casi in cui la tecnica del piano sequenza viene elevata al suo massimo livello, film in cui tutto si basa sull’abilità del regista, degli attori (basti pensare che all’interno di una scena girata con questa tecnica è necessario che nessuno sbagli la propria battuta, altrimenti bisogna rigirare tutto da capo), del direttore della fotografia e così via. Insomma in un piano sequenza si spera sempre che sia “buona la prima”. Il regista messicano Alejandro Iñárritu nel suo film, pluripremiato agli Oscar 2014, Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) ha creato un film estremo. In questo lungometraggio l’effetto che il regista vuole trasmettere è che l’intera narrazione, lunga quasi due ore, sia un unico piano sequenza. La realtà è che il film è composto da lunghissimi e articolati piani sequenza, fusi tra loro. Questo interessante prodotto filmico merita di essere visto per la storia, per l’abilità degli attori e per lo straordinario effetto iper realistico che questa scelta registica regala.

In Baby Driver di Edgar Wright, il piano sequenza segue sulle note di Harlem Shuffle, il protagonista Baby, interpretato da Ansel Elgort, per le strade di Atlanta. Nel corso di questa camminata\coreografia vediamo Baby, alias Miles, interagire con lo spazio attorno a lui, lo spettatore divertendosi canta insieme a lui – grazie all’intelligente espediente che affianca ai titoli di testa le parole della canzone, che compaiono a volte nei murales e altre volte sui volantini della città. Baby Driver è un film fresco, con un montaggio veloce, che segue le note della spettacolare colonna sonora e che si appoggia al giovane e talentuoso protagonista Ansel Elgort. Questa scelta registica iniziale è la premessa di un film allegro, ben girato e ben interpretato ed è la conferma del fatto che non sempre un piano sequenza serve ad aumentare la drammaticità ed empatia con la scena. A volte può essere un buon livello di puro e semplice intrattenimento.

Nel caso te lo fossi perso…

  • Atonement, Joe Wright, 2007
  • Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), Alejandro Iñárritu, 2014
  • Baby Driver, Edgar Wright, 2017

 

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Baby Driver

 

3 atti, un inganno

Il pubblico conosce sempre la verità o almeno crede di conoscerla quando guarda un film. Ogni trama sembra indirizzare il suo sguardo verso una determinata conclusione ma se il regista riesce, anche solo per un attimo, a ingannarlo, a distogliere il suo sguardo allora lo conquista. Di lungometraggi in grado di sorprendere lo spettatore e di ribaltare la storia, di rivelare l’inganno solo alla fine, ce ne sono parecchi. Ma i registi che sono in grado di raccontare una storia, nella quale solo alla fine mostrano che era tutto un trucco atto a nascondere la realtà – realtà che è sempre stata sotto gli occhi dello spettatore ma magistralmente celata, sono decisamente un numero ristretto. Tra i film che attraversano la storia del cinema in grado di ribaltare la prospettiva della narrazione, di svelare solo all’ultimo istante che era tutto un inganno il mio preferito è The Prestige, di Christopher Nolan. In questa meravigliosa pellicola si parla proprio di inganno, di magia e di illusioni: John, interpretato da Michael Caine, spiega che ogni numero di magia è composto da tre atti o parti, ed è proprio attraverso questa semplice ma fondamentale divisione che vorrei ricordare alcuni film che appartengono a questa categoria.

Atto I – la promessa

Viene mostrato qualcosa di ordinario.

_ A seguito di un’esplosione, un truffatore invalido viene interrogato da un agente di polizia.

_ 1945. Grace vive all’interno di una grande casa con i suoi due bambini, entrambi affetti da una rara malattia che impedisce loro di rimanere esposti alla luce del sole per troppo tempo.

_ Ivy, una ragazza non vedente, vive in un villaggio isolato, circondato da una foresta, nella quale si dice che vivano delle creature mostruose. A causa di queste presenze la gente del villaggio non si può vestire di rosso, colore che attrae i mostri e non può inoltrarsi nel bosco.

_ Due giovani assistenti di un famoso illusionista divengono nemici e si dividono, intraprendendo carriere solitarie a seguito di un incidente che causa la morte della moglie di uno dei due.

_ Rachel, dopo la fine del suo matrimonio è una donna alcolizzata che passa le sue giornate in treno. Da qui può osservare la sua vecchia casa, nella quale vivono il suo ex con la sua nuova compagna e il loro bambino. Nella casa accanto vivono gli Hipwell, una coppia che per Rachel rappresentano l’amore perfetto.

Atto II – la svolta

Quel qualcosa di ordinario viene trasformato in qualcosa di straordinario.

_ Il truffatore inizia il suo racconto e svela che il colpo effettuato da cinque perfetti sconosciuti è avvenuto perché avevano tutti in comune una sola cosa: Keyser Söze, un misterioso criminale che mai nessuno ha visto ma al quale tutti hanno inconsapevolmente intralciato i piani. I cinque sono quindi stati reclutati da questo enigmatico boss affinché lo risarciscano dei danni.

_ Dopo l’arrivo di tre nuovi domestici iniziano ad accadere strani avvenimenti all’interno della casa di Grace, la quale inizia a pensare che possano esistere dei fantasmi.

_ Lucius, il fidanzato di Ivy, viene ferito gravemente. La ragazza, nonostante il categorico divieto, chiede il permesso agli anziani di avventurarsi nel bosco, per poter chiedere aiuto e rimediare delle medicine.

_ Borde, uno dei due illusionisti, magistralmente interpretato da Christian Bale, si presenta al pubblico con uno spettacolare trucco, il “trasporto umano”. Questo suscita l’invidia e la voglia di scoprire, a qualsiasi costo, il trucco che si cela dietro questo numero da parte di Robert, alias Hugh Jackman e dello spettatore.

_ Un giorno Rachel scopre che i vicini di casa del suo ex marito, la coppia degli Hipwell, non è così perfetta: vede Megan, in compagnia di un uomo che non è suo marito. Poco dopo questo fatto Megan scompare.

Atto III – il prestigio

Lo spettatore cerca il segreto ma non riesce a trovarlo, perché in realtà non sta davvero guardando: la verità è che non vuole saperlo, vuole essere ingannato. Il terzo atto è la parte conclusiva, quella più ardua, quella a cui segue dopo il momento di silenzio del secondo atto, l’applauso.

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Nel caso te lo fossi perso…

  • The Usual Suspects, Bryan Singer, 1995
  • The Others, Alejandro Amenábar, 2001
  • The Village, M. Night Shyamalan, 2004
  • The Prestige, Christopher Nolan, 2006
  • The Girl on the Train, Tate Taylor, 2016

 

In questo momento puoi trovare i seguenti film su…

     Netflix:                                                   Sky Cinema Italia:

The Prestige                          The Girl on the Train

C’era una volta…

Parte 1

C’era una volta la fiaba. C’era una volta, c’è ancora e ci sarà sempre. In qualunque parte del mondo, in ogni epoca c’è sempre stata la tradizione di raccontare ai bambini le fiabe e le favole, di tramandare i miti e le leggende. Tra questi metodi narrativi la fiaba in particolare ha la caratteristica di trattare gli eventi che accadono all’interno della storia come straordinari, gli episodi che ruotano attorno all’eroe o all’eroina sono casuali e il personaggio principale non è un personaggio di un mito o una leggenda, anzi, la caratteristica principale del protagonista della fiaba, esattamente come accade in molti film, è quello di essere una persona qualunque, a cui accadono cose straordinarie. Quasi tutte le pellicole si potrebbero definire delle fiabe in quanto raccontano storie di personaggi inventati, personaggi comuni a cui capitano eventi incredibili. Tuttavia ci sono dei casi in cui il film si trasforma in una vera fiaba, in cui racconta di luoghi lontani, di creature mitiche e di giovani fanciulle rapite. È il caso del film del 2015, diretto da Indar Dzhendubaev, intitolato nella versione originale (russa) Он – дракон, mentre nella versione indirizzata al pubblico italiano porta il titolo Dragon. In questo lungometraggio viene narrata una fiaba, in cui una ragazza poco prima delle sue nozze viene rapita e portata su un isola lontana e irraggiungibile da un drago. Di questo film più che la sua trama, c’è da apprezzare come la sua storia venga narrata fin dall’inizio della pellicola. La voce narrante, che introduce il pubblico al mondo lontano e incantato, accompagna le immagini che si presentano come un teatro di luci e ombre. Il gioco delle lanterne cinesi, antenato del cinema, aiuta il regista a mostrare la storia (fig.1). Un mezzo antico per narrare una storia antica, ambientata in un tempo e un luogo a noi lontani. In Dragon l’uso dei mezzi più semplici e antichi, come gli aquiloni, le lanterne e l’arte degli origami, accompagnano sempre il racconto e si affiancano e contrappongono sapientemente alle spettacolari scenografie, ai coloratissimi abiti di Mira, la protagonista e agli effetti speciali.

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Fig. 1

Nel film Dragon si assiste a una maturazione psicologica del personaggio maschile, a un cambiamento fisico che rappresenta l’eterna lotta tra bene e male presente all’interno di ognuno di noi. Questo dualismo è presente anche nella pellicola Beastly, trasposizione cinematografica che rilegge in chiave moderna la fiaba de La bella e la bestia. In questa storia il personaggio principale non è la giovane fanciulla che riesce a cambiare l’anima del ragazzo, ma è quest’ultimo il vero protagonista. Kyle, ovvero la bestia, è un liceale bello, ricco e incredibilmente presuntuoso. In questo film non si assiste a nulla di nuovo se non la volontà di ri modernizzare l’antica fiaba e di voler ambientare l’intera storia in un tempo e un logo più vicino al suo pubblico, in modo da renderla più fruibile e far percepire un minor distacco tra la realtà dello spettatore e quella cinematografica. Differente è il caso di Big Fish, diretto da Tim Burton, in cui all’interno della storia è difficile separare il vero dal falso, l’inventato dal realmente accaduto. L’intera narrazione segue le vicende impossibili eppure entusiasmanti, romantiche, folli e talvolta verosimili di Edward Bloom. Il film è un susseguirsi di rocambolesche avventure che vertono sulla figura enigmatica del signor Bloom, il quale ama raccontare storie. Le sue colorite storie sono la chiave del film e anche il motivo per il quale suo figlio si è allontanato da lui nel corso degli anni. Tra una storia e l’altra Will Bloom scopre che in ogni narrazione, si cela una verità. L’eccesso delle storie cela la sostanza e l’anima di Edward.

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Fig. 2

L’anima di un personaggio può dunque vivere dentro le proprie storie, e nel caso di Winter’s Tale può anche attraversare i confini del tempo. In questo film, che attraversa un secolo, ci sono tutti gli elementi che contraddistinguono una fiaba: destino, amore, lotta tra bene e male, tra luce e oscurità. Lo straordinario cast, a partire dal protagonista Colin Farrell, rende omaggio a una storia romantica e dolcissima, fuori dal tempo e dallo spazio. La magia, elemento fondamentale all’interno di una favola, non solo è presente ma è anche il cuore pulsante della narrazione, presente sottoforma di destino. La bilancia dell’equilibrio cosmico, che oscilla a ogni azione positiva o negativa che compiono i personaggi, resta a osservare come Peter Lake, il protagonista, matura, cambia e cresce. La bellezza visiva di questo film, data soprattutto dal gioco di luci (fig.2), serve non solo a narrare la storia ma anche a ricordare allo spettatore che la magia è presente in ogni luogo e in ogni epoca. Mentre la storia, così come viene narrata, ricorda che la vera magia è data dall’amore, in grado di toccare più vite, di attraversare i confini del tempo e di cambiare le persone, perché in fondo, come afferma Beverly, siamo tutti collegati e governati dal destino.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Big Fish, Tim Burton, 2003
  • Beastly, Daniel Barnz, 2011
  • Winter’s Tale, Akiva Goldsman, 2014
  • Dragon, Indar Dzhendubaev, 2015

 

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Beastly                            Winter’s Tale

 

Quando il cinema è Donna

I film in cui la figura femminile viene esaltata sono innumerevoli, i ruoli che consacrano attrici sono in continua crescita. Per questo motivo è assolutamente impossibile ricordare tutti i più grandi personaggi, le più famose attrici e le numerose donne che lavorano quotidianamente dietro la macchina cinematografica.

Donna è mamma, è figlia, è amica e compagna, è indipendente, è forte, è femme fatale, è fragile e vulnerabile. Essere donna significa essere tutte queste cose e molto di più, essere donna all’interno dell’industria cinematografica significa rappresentare tutte queste sfaccettature. Donna è anche e soprattutto evoluzione, cambiamento e maturazione. Spesso all’interno della cinematografia si assiste a un cambiamento della figura femminile, che cresce e prende consapevolezza di sé e attraverso la sua metamorfosi accompagna lo spettatore all’interno della storia. Lo spettatore cresce con lei e attraverso di lei partecipa all’evoluzione della narrazione. Questa doppia maturazione, che tocca tanto la protagonista quanto il pubblico, avviene all’interno del film Fried Green Tomatoes, del 1991, nel quale si assiste non solo al cambiamento ma anche alla forza che può scaturire quando due donne, due generazioni, vengono messe a confronto e si aiutano l’un l’altra. In questa pellicola viene esaltata l’amicizia e viene mostrato come la forza del singolo personaggio nasca dall’unione delle donne. Il perfetto cast di questo film dona risalto a ogni figura femminile, ne esalta le fragilità, le incertezze e le paure. Quelli che inizialmente possono essere visti come difetti, attraverso la narrazione della storia diventano punti di forza, le qualità di ogni singolo personaggio vengono portate alla luce dal magistrale lavoro del cast femminile e dalla storia, tratta dal romanzo del 1987, Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe.

Donna è forza e unione. Questo legame che può nascere tra due personaggi femminili può avvenire nei luoghi più improbabili e impensabili. È il caso del film Girl, Interrupted, in cui le protagoniste si incontrano e scontrano all’interno di una clinica psichiatrica. In questo film del 1999, diretto da James Mangold, il cast femminile mette in scena delle nuove fragilità e mostra le incertezze di una generazione e del un decennio del quale fanno parte (la pellicola è ambientata negli anni Sessanta). Anche in questo caso la narrazione viene supportata dalla scelta del cast, da ricordare che l’interpretazione di Angelina Jolie del personaggio di Lisa, le è valso numerose candidature tra le quali il premio Oscar come miglior attrice non protagonista, che ha poi vinto. Il legame che lega queste ragazze è profondo, ogni personaggio incarna un diverso malessere, ogni giovane donna rappresenta una fragilità e un problema differente. La forza del film è data dalla moltitudine di sfaccettature dell’anima umana che vengono mostrate e dal rapporto tra le protagoniste, che è tanto fragile quanto intenso e profondo.

Donna è anche mamma. La sua forza può nascere e crescere da sé stessa e dal legame che instaura con suo figlio. Una donna in pericolo può tirare fuori una forza di volontà e una determinazione unica. È il caso mostrato nel film Room, del 2015, tratto dall’omonimo romanzo, ispirato a sua volta da un fatto di cronaca. In questo lungometraggio la protagonista, interpretata da Brie Larson, la quale per questo ruolo si è aggiudicata il premio Oscar come miglior attrice protagonista, interpreta una ragazza madre costretta a vivere all’interno di una stanza senza finestre. La giovane donna è stata rapita sette anni prima e nel corso della sua prigionia ha dato alla luce un bambino. Il legame che madre e figlio hanno è indissolubile, la disperazione che accompagna Joy (questo è il nome della protagonista) è affiancata dalla voglia di evadere e di vivere per il suo bambino. La storia struggente e toccante non è per nulla banale e affronta il tema della prigionia attraverso momenti delicati, la condizione di prigioniera viene scalzata dalla forza di Joy in quanto donna e soprattutto mamma.

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Fig. 1

Donna è sorella (fig.1). Tra le numerose pellicole, che si possono prendere ad esempio, in cui si esalta la figura femminile attraverso un legame vero e sincero tra due sorelle, un titolo su tutti spicca sugli altri: The Color Purple. In questo capolavoro di Steven Spielberg, del 1985, la donna esce vincitrice nonostante tutti i soprusi, le cattiverie e i maltrattamenti che è costretta a subire. Per la protagonista Whoopi Goldberg, che interpreta Celie Harris da adulta, essere donna significa soprattutto essere sorella. Durante il corso del film si vede che essere una giovane ragazza di colore, che vive nel sud degli Stati Uniti d’America, nei primi decenni del Novecento, significa essere forte nonostante tutto e tutti. Questo film tratta temi importanti quali la violenza domestica e il razzismo, ma soprattutto parla di donne, donne maltrattate, donne abusate, donne che trovano la loro forza grazie ad altre donne. La forza può arrivare da una sorella, da un’amica o dal proprio orgoglio e la propria determinazione, come nel caso di Sofia, interpretata dalla bravissima Oprah Winfrey.

Donna al cinema non è solo attrice, è anche regista. Kathryn Ann Bigelow è stata la prima donna a vincere il premio Oscar per la miglior regia. Si è portata a casa l’ambita statuetta nel 2010, per il coraggioso e intenso film The Hurt Locker. Questa pellicola racconta le vicende di una squadra di artificieri, appartenenti all’esercito degli Stati Uniti, in missione in Iraq. Guerra, militari, adrenalina, e un pizzico di follia, sono i temi trattati dalla regista americana in maniera perfetta. Questo è uno di quei film che meritano essere visti per la bellezza visiva con cui è trattato il tema. Film crudo e coraggioso, con un ottimo cast – tra tutti spicca l’interpretazione di Jeremy Renner (candidato anche lui all’Oscar), ma soprattutto film diretto da una mano femminile, che non lascia niente di non detto e che mostra il mondo così com’è.

Donna al cinema è attrice, regista, dolce, fragile, mamma, forte, sorella, figlia e ancora tante e tante altre cose.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • The Color Purple, Steven Spielberg, 1985
  • Fried Green Tomatoes, Jon Avnet, 1991
  • Girl, Interrupted, James Mangold, 1999
  • The Hurt Locker, Kathryn Bigelow, 2008
  • Room, Lenny Abrahamson, 2015

 

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Room                          The Color Purple

L’occhio del cinema

Il cinema è racconto, è visione. È un mezzo di comunicazione plurisensoriale, infatti coinvolge sia la vista che l’udito. Tuttavia, sebbene fin dagli esordi il cinema, anche quello muto (il primo film sonoro risale al 1927), sia sempre stato accompagnato da un sottofondo musicale, il primo senso che la macchina cinematografica va a toccare è quello visivo. Che sia un documentario, un’animazione o una pellicola d’azione, il cinema ha un solo intento: mostrare una storia. La racconta utilizzando come principale canale sensoriale la vista. L’occhio è il vero protagonista del mezzo cinematografico, ma l’occhio di chi? È lo spettatore il vero protagonista? Il protagonista del racconto, il regista o il cinema stesso? Prima di vedere i tre casi bisogna partire dal presupposto che il cinema che celebra se stesso, quello che conosce le potenzialità del mezzo cinematografico, è quello che gioca sapientemente con l’occhio e lo rende protagonista, attraverso interessanti espedienti cinematografici.

 

Figura 1
Fig. 1

L’occhio dell’attore è il protagonista. È il metodo attraverso il quale la storia si sviluppa partendo da un punto di vista interno al racconto. Ma esistono numerosi e interessanti film in cui un metodo, apparentemente semplice, di racconto riesce a trovare interessanti scelte registiche per rendere l’occhio il vero protagonista. Nel 2014 esce il film Lucy, diretto da Luc Besson, in questo lungometraggio, che parte dal presupposto che l’essere umano è in grado di utilizzare solo il 10% del proprio cervello, la protagonista Lucy, interpretata da Scarlett Johansson, assume per errore una quantità eccessiva di una nuova droga. Questa ha l’effetto di rendere la protagonista sempre più consapevole delle realtà che governano il mondo, e a mano a mano che il suo corpo assimila la droga, diventa sempre più intelligente e il suo cervello inizia a essere usato al pieno delle sue possibilità. Ma non è solo il cervello che racconta la storia, è anche l’occhio. L’occhio di Lucy, con l’aumentare delle sue percezioni, si modifica, cambia di colore e di forma, passa dall’essere un occhio umano a uno animale (fig. 1), per poi assumere una forma e un colore che rappresentano la piena conoscenza di sé e del mondo circostante. In questo caso il regista ha deciso di rendere visibile l’evoluzione dell’essere umano attraverso l’occhio della protagonista. La vista è essenziale al cambiamento, è essenziale tanto per la protagonista quanto per lo spettatore. La storia di Lucy è la storia dell’evoluzione dell’uomo, l’evoluzione del mondo in senso più ampio, e infine è anche l’evoluzione del film stesso.

L’occhio dello spettatore è il protagonista. In realtà l’occhio dello spettatore è sempre protagonista al cinema ma ci sono casi in cui, in alcune pellicole, la cosa è resa più evidente. È il caso del film The Truman Show. In questo film diretto da Peter Weir, il protagonista, interpretato da Jim Carrey, è la vittima inconsapevole di un grande show televisivo, creato appositamente per soddisfare gli spettatori e raccontare la vita dell’ignaro protagonista. Qui l’occhio dello spettatore cinematografico coincide con quello del pubblico televisivo fittizio (fig. 2). La regia televisiva viene affidata, non a caso, al regista, interpretato da Ed Harris, che porta l’emblematico nome di Christof. L’occhio viene quindi diretto da una doppia regia che viene affidata alle telecamere. Le macchine da presa e la regia sono l’occhio dello spettatore, che ha solo in apparenza quindi la possibilità di scegliere cosa vedere e cosa no, ma che in realtà è indirizzato e diretto da un occhio più consapevole, quello del regista.

L’occhio del cinema è il protagonista. Quando il cinema mette in scena una storia e allo stesso tempo racconta se stesso e celebra la visione nella sua più completa totalità, allora si è davanti a un capolavoro della storia del cinema. È il caso del film di Stanley Kubrick 2001: A Space Odyssey. Lo stesso regista afferma che il suo film è un’esperienza visiva. Il film racconta, si racconta, mette in scena la storia del mondo e dell’uomo. Lo spettatore non vede solo un film ma ne fa esperienza e la fa grazie e soprattutto alle immagini che si susseguono, anche se nei film di Kubrick la musica assume sempre una notevole importanza e la colonna sonora supporta le immagini al meglio. In questo capolavoro del cinema l’occhio dello spettatore rimane incollato davanti allo schermo, e il suo punto di vista coincide in alcuni momenti con quello dell’intelligenza artificiale HAL 9000 (fig. 3), creandogli anche volontariamente una sorta di disagio e fastidio visivo e psicologico.

Ogni inquadratura, di qualsiasi film, è studiata affinché lo spettatore si perda all’interno della storia del racconto. Ogni scena racconta qualcosa, e ogni storia raccontata ha un punto di vista. Lo spettatore può sempre osservare un film e domandarsi cosa racconti l’inquadratura e se dietro di essa si celi una visione più completa e complessa. I film sono l’arte del racconto e della visione. Sta allo spettatore, attraverso un’attenta osservazione, che può essere considerata una specie di gioco con il regista, riuscire a vedere non solo con i propri occhi ma andare oltre la semplice visione superficiale. La bellezza del cinema, per il suo pubblico, risiede nel saper e voler guardare attentamente.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • 2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick, 1968
  • The Truman Show, Peter Weir, 1998
  • Lucy, Luc Besson, 2014

 

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Sky Cinema Italia:

2001: A Space Odyssey

The Truman Show