Attore: protagonista indiscusso

Perché alcuni film ci rimangono più impressi di altri? Alle volte è un insieme di cose, altre invece è un dettaglio a catturare la nostra attenzione: una musica, una particolare tonalità di luce usata per illuminare il set, una battuta… in certi casi la risposta è uguale per tutti: l’attore. Ci sono dei casi un cui il protagonista entra così in sintonia con la macchina da presa e con il regista che il resto sparisce e tutta l’attenzione dello spettatore verte sulla bravura del protagonista. I casi in cui questo risultato viene portato a casa sono innumerevoli ma i film in cui questo rapporto attore-regista e attore-spettatore viene esaltato al massimo livello sono quelli in cui il cast si riduce all’osso. Minore è il numero degli attori e maggiore è l’attenzione che un singolo soggetto richiama su di sé. Nel film del 2002, Phone Booth, diretto da Joel Schuamacher,il cast è composto da una decina di persone ma tutta l’attenzione rimane fissa sul protagonista, interpretato da Colin Farrell, il quale per la maggior parte della narrazione rimane all’interno di una cabina telefonica. Il regista sceglie di seguire la storia attraverso le angosce, le paure e le ansie del protagonista, i primi piani e i dettagli degli occhi di Stu Shepard, portano avanti il thriller. Un’altra peculiarità di questo lungometraggio, che serve certamente a far entrare lo spettatore ancora più in empatica con il povero protagonista, costretto da una voce misteriosa a rimanere all’interno di una cabina telefonica, è che il tempo della narrazione corrisponde al tempo reale. Lo scorrere del tempo del film è lo stesso dello spettatore. La scelta dello scorrere del tempo e quella di avere un cast ridotto aiutano il regista a far focalizzare lo spettatore sulla storia, il dramma che Stu è costretto a vivere lo vive ance il pubblico. Il thriller riesce nel suo intento quindi grazie alla scelta registica e all’abilità del protagonista.

Un altro film in cui il cast è ridotto ma tutte le attenzioni vertono sull’indiscusso protagonista è Six Degrees of Separation. L’impronta teatrale che questo film di Fred Schepisi assume è evidente – la pellicola infatti è tratta dall’omonima opera teatrale, andata in scena per la prima volta nel 1990. La storia e il titolo, si sviluppano basandosi sulla teoria dei “sei gradi di separazione”, secondo questa ipotesi ogni persona di questo pianeta terra può essere collegata a un qualunque altro essere umano attraverso una catena di conoscenze. Questa catena può contare un massimo di cinque intermediari tra le due estremità, da qui ecco spiegati i sei gradi di separazione.  Quanti sono i gradi che separano il bravissimo Will Smith alias Paul dalla famiglia Kittredge? Uno, nessuno, cinque? La narrazione darà risposta a questa domanda alla fine ma l’elemento fondamentale di questo film è la bravura dell’attore, il quale impersona un ragazzo talmente dotato di intelligenza e carisma in grado di ammaliare la ricca coppia. Che Paul sia davvero il figlio di Sidney Poitier, che sia davvero un abile conoscitore di arte poco importa, ciò che maggiormente colpisce lo spettatore è la bravura e il magnetismo che riesce a emanare Paul e di conseguenza Will Smith.

Nel film Seleuth del 2007 diretto da Kenneth Branagh, remake dell’omonima pellicola del 1972, a sua volta tratta dal testo teatrale del 1970 il cast si riduce a due componenti. Jude Law e Michael Caine sono rispettivamente l’amante e il marito della stessa donna. È curioso notare che nella versione del 1972, diretta da Joseph L. Mankiewicz, il ruolo dell’amante era stato affidato a Michael Caine, mentre il marito era interpretato da Laurence Olivier. Il film è un incontro scontro tra due personalità che lottano per la stessa donna. Grazie a questa magistrale regia lo spettatore rimane incantato e incollato allo schermo, i due attori si contrappongono ma non si sovrastano mai, le due interpretazioni si sostengono a vicenda. Il marito, l’amante e la casa diventano il centro di tutto, l’intera trama si sviluppa attraverso una battaglia psicologica senza esclusione di colpi. L’ambiente che fa da sfondo a questa surreale vicenda è un appartamento moderno, dalle linee ampie e ben definite, è spazioso e minimal. I toni delle inquadrature vertono sui colori freddi, in particolare sul blu. Questi espedienti (la casa e i toni) servono a creare un netto contrasto con la vicenda a cui stiamo assistendo, poiché mentre lo sfondo rimane freddo e distaccato, i personaggi si scaldano, si arrabbiano e si affrontano in una battaglia fisica e psicologica.

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Un altro lungometraggio in cui si assiste a una battaglia psicologica è il film, prodotto per la televisione, Nightingale. In questo caso il cast si compone di un solo personaggio: l’intera trama è portata avanti dal protagonista, magistralmente interpretato da David Oyelowo. Il crollo psicologico è già avvenuto prima dell’inizio della pellicola, lo spettatore quindi può solo seguire il suo disfacimento più totale senza poter fare nulla. Peter Snowden non ha scampo, non può fuggire dalla sua casa così come non può scappare dalle sua mente. È un uomo distrutto che nel corso dei giorni perde sempre più il contatto con la realtà, lo sguardo del pubblico non può nulla se non seguirlo nella spirale di autodistruzione in cui si è inabissato. Questo film non potrebbe esistere senza la bravura del protagonista, la qualità della recitazione è tale da supportare una storia in cui c’è un solo attore.

Alcuni film, più di altri, esistono, resistono alla prova del tempo e conservano il loro fascino grazie all’intenso lavoro dell’attore. Quando una storia è ben scritta, quando la sceneggiatura è pronta allora spetta al duo regista-attore regalare il tocco finale che permette al film di decollare, di non annoiare il suo pubblico ma, anzi di incollarlo allo schermo dal primo fino all’ultimo secondo.

 

Nel caso te lo fossi perso…

  • Six Degrees of Separation, Fred Schepisi, 1993
  • Phone Booth, Joel Schumacher, 2002
  • Sleuth, Kenneth Branagh, 2007
  • Nightingale, Elliott Lester, 2015
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